gli allenatori in panchina

Cominciano i ritiri e Walter Novellino avverte una leggera malinconia. Allena dal ’92, è la prima estate che resta in poltrona. E sì che di miracoli ne ha fatti tanti, grandi e piccoli: le migliori stagioni nella storia del Gualdo Tadino, del Ravenna, del Venezia; l’ultima promozione del Napoli prima di Reja, ultima promozione e salvezza in A del Piacenza, promozione ed Europa con la Sampdoria. La chiusura modesta in blucerchiato e l’esonero al Toro sembrano aver cancellato tutto: da allenatore in rampa di lancio per una grandissima squadra è retrocesso a spettatore.
«Erano stati 12 anni di vittorie, adesso ho un altro anno di contratto con il Toro, magra consolazione. Ho richieste da Russia, Grecia e Francia, non mi interessano. Studio l’inglese non per allenare all’estero, per cultura personale. I miei figli Michele e Valentina mi prendono in giro: “Ti tocca andare a scuola“. Vado qui a Perugia, alla Oxford school».
Al Toro cosa non è andato?
«Ho pagato la mia voglia di far bene, dovevo aiutare di più il presidente Cairo, nelle scelte. Sono cresciuto nelle giovanili granata, non vedevo l’ora di allenare quella squadra, il troppo amore mi ha accecato».
La squadra non ha mai ingranato.
«Si parla tanto di innovazione, all’Europeo ho rivisto il mio gioco, una punta sola, 4 uomini a metà campo, un mediano basso e i 4 in difesa. Ho commesso l’errore di adeguarmi al 4-3-2-1 che a me proprio non piace, mi sono fidato troppo della mia bravura. Peraltro sono stato esonerato con ancora 4 punti sulla terz’ultima, bastava una vittoria per la salvezza».
Mazzarri però intanto ha riportato la Samp in Coppa Uefa.
«Io non avevo una squadra così forte, erano tutti a parametro zero: Cassano, Bellucci, anche Sammarco non sono rinforzi da poco».
Sfortuna...
«Ho costruito giocatori: Palombo, Maggio, che a Treviso non giocava; Materazzi e Gattuso, a inizio carriera. Mi piacciono i giovani, avrei allenato volentieri l’under 21: alle Olimpiadi può andare oltre la semplice medaglia, con Rossi, Giovinco e ora Rocchi come fuoriquota. È una squadra stupenda».
Da opinionista a Notti Europee, su Raiuno, si è divertito?
«Sono andato in tv giusto per non farmi dimenticare. Ho vinto campionati dappertutto, ora non riesco a capire questo ostracismo, forse il problema è l’ingaggio alto (un milione di euro, ndr). Qua sono diventati tutti bravi, basta vincere una partita».
Mancini e Ancelotti sono arrivati alle più grandi squadre senza fare la sua gavetta.
«Anche Spalletti è stato bravo e pure fortunato. Quattro anni fa arrivò quarto con l’Udinese, con un punto davanti alla mia Samp, è lì che è girata la mia carriera. Ho sempre dovuto lavorare e ancora lavorare, produrre risultati senza campioni, con attenzione ai bilanci. Allenerò fin quando avrò questa voglia, al massimo mi compro una squadra...»
Diciamolo: dicono che non sia simpatico...
«Pago anche la mia schiettezza, amo la disciplina. Sono semplice e diretto, con il giocatore, non uno yesman. Dico sempre quel che penso, forse in modo sbagliato. Nel calcio c’è molto millantato credito. Ora sono curioso di seguire Mourinho, la vera novità della stagione, chiederò di assistere ai suoi allenamenti».
(2. Continua)