Allevi, maghetto del piano si racconta al Blue Note

Ormai lo conosciamo bene, conosciamo soprattutto i «colpi» di Giovanni Allevi, il maghetto del pianoforte timido, impacciato ma che sa ciò che vuole. Un giorno ad esempio, qualche mese fa, è partito per New York, ha preso in mano il telefono e, con il suo inglese maccheronico, ha chiamato Stephen Bensusan, proprietario del Blue Note, chiedendogli di poter suonare nel tempio del jazz americano.
Pochi giorni dopo fa bingo: è su quel palco e gli americani stravedono per lui. «Ho successo perché non imito gli americani e non sono un jazzista - dice lui modestamente - il mio è realismo in musica». Dall’esperienza americana è nato il disco No concept, scritto ad Harlem per raccontare la sua favola made in Usa, il disco che stasera farà da colonna sonora al concerto di Allevi al Blue Note di Milano.
Sempre in tournée, sempre in giro per il mondo (programmati numerosi concerti in Asia, ma l’appuntamento cui tiene di più è quello del 13 luglio, quando suonerà nella sua Recanati, sul Colle dell’Infinito, al Festival Recanati Forever diretto da Shel Shapiro) Allevi stasera darà un saggio dei suoi eleganti bozzetti, a cavallo tra tensione e abbandono, che partono dal suo background classico per infilarsi nei mille rivoli di un suono senza confini.
Accademia e anima insomma «ma niente contaminazione - tiene a sottolineare Allevi - perché è sterile e soggetta alle mode. La mia è una musica dallo sviluppo rigoroso». Le sue radici sono nobili («Amo Brahms per il modo in cui tratta i bassi, Liszt per il virtuosismo, Chopin perché elabora la melodia in modo straordinario») e ama i grandi pianisti jazz. «Li ho ascoltati tutti, da Monk a Tristano a Jarrett, ma per fortuna li ho ascoltati tardi, perché sono talmente seduttivi che sarei diventato un clone».
Non è d’avanguardia come Ludovico Einaudi, non versatile come Stefano Bollani, neppure sperimentale come Patrizio Fariselli. Lui cerca un suo stile, suona per un pubblico di «poeti e sognatori», unisce la tradizione classica europea ad una visione attuale della musica, sfiorando ma al tempo stesso dribblando i territori dell’avanguardia, del pop e della new age in brani come Gone with the flow, Notte a Harlem, fino agli echi bachiani di Regina di cristalli.
«Mi piace fantasticare con le note, anche se il mio approccio è rigorosamente classico. Il mio obiettivo è quello di avere la forza per prendere le distanze dal rigore della musica accademica seguendo una strada tutta mia». Piccole star crescono e Allevi continua a far parlare di sé. È diventato anche testimonial del piano Bösendorfer (prima di lui lo furono Liszt, Rubinstein e Oscar Peterson).
Eclettico e versatile, in passato ha suonato con Jovanotti e ha arrangiato il suo cd Il quinto mondo. Eppure la sua carriera è cominciata in modo curioso. Nell’esercito, dopo il diploma al Conservatorio e la laurea in filosofia, è addetto alle pulizie nell’ufficio del sergente-maestro della banda e un giorno, di nascosto, si siede al piano. Il maestro lo sorprende e, colpito dal suo talento, invece di punirlo lo manda in tournée. «È stato il mio esordio», ricorda Allevi.