Alloggio del Comune a 48 euro al mese Sul mercato vale quasi trenta volte in più

Non tocca quelli che vivono nelle case comunali affittate a canoni da regalo. Per loro, privilegiati, c’è sempre un santo in Paradiso. Ma per gli altri, quelli che vivono nelle case popolari, be’ c’è un aumento in vista.
Sta per arrivare una batosta del trenta per cento proposta dalla Regione Lombardia. Trenta per cento che, attenzione, sarebbe la media della lievitazione degli affitti secondo la commissione Territorio del Pirellone. Che ha pure istituito anche nuovi criteri per la valutazione dei 170mila e passa alloggi popolari spalmati sulla Lombardia. Tradotto in soldoni, il canone aumenterebbe i minimi a poco meno di 20 euro al mese e, calcolatrice alla mano, porterà i massimi a 450 euro. Che, significa, una media di centotré euro. Impegno che toccherebbe l’80 per cento delle famiglie, mentre solo il dieci per cento beneficerebbe di una diminuzione. «Così creiamo maggiore equità nella determinazione dei canoni e contribuiamo in modo incisivo alla lotta contro l’abusivismo» spiega Giulio De Capitani (Lega), relatore della legga che ridisegna i canoni dell’edilizia residenziale pubblica lombarda.
Legge che, tra l’altro, istituisce modalità per la progressiva fuoriuscita dalle case popolari di chi non ha più i requisiti per abitarvi. Scelta approvata in sede di commissione solo dalla maggioranza e che la sinistra definisce «paradossale». Valutazione che appare concreta sfogliando i faldoni del Demanio di Palazzo Marino dove si scopre, ad esempio, che tre locali in pieno centro - via Pantano - sono dati in affitto a 635 euro al mese quando gli stessi sarebbero pagati dal mercato immobiliare fino a 5.560 euro.
Differenza davvero niente male. Come quella che vede in via Lanzone, dietro la Basilica di Sant’Ambrogio, pagare 48 euro per una casa da 45 metri. Alloggio che, sempre al mese, avrebbe un canone di mercato da 1.320 euro.
Dati di fatto che spingono Ivano Giacomelli, segretario di Codici, a denunciare quell’aumento del trenta per cento proposto dalla Regione come «di troppo visto le condizioni in cui versano le case popolari». Giacomelli spiega il suo «no» con le immagini dello «stato di degrado degli immobili» e, perché no, anche con i conti correnti degli inquilini che dimostrerebbero «le difficoltà economiche di chi occupa una case pubblica». Sintesi del «no» contenuta in una nota di quaranta e più righe che, deliberatamente, sceglie di ignorare «affittopoli», quel calderone condito da norme confuse e rinnovi anche sospetti ma sceglie di entrare con i piedi dentro le case popolari. Premessa di un autunno caldo.