Alluvione, Vincenzi al capolinea Ora chiedere scusa è un’offesa

(...) non è venuta in mente perché mi sembra beffarda e offensiva». E ancora. «Ho detto e pensato che potevo solo prostrarmi davanti al dolore di chi aveva perso famigliari, davanti a quei corpicini straziati di bambini e prendere su di me ogni responsabilità e dentro di me ogni strazio. Si chiede scusa per uno sbaglio lieve, per uno scatto d’ira, per aver scontrato senza volere qualcuno mentre cammini, non per una tragedia».
E così accade che dopo la lezione su quanto i genovesi siano stati imprudenti e poco assennati ad uscire per strada quel maledetto venerdì, proferita a favor di telecamere quando la città stava piangendo sei vittime, adesso arriva anche la lezione su cosa voglia dire «scusa», su quali siano le situazioni più opportune per usare questo termine. Ma come può un gesto umano e istintivo, sentito con il cuore ancor prima che con la ragione, suonare beffardo e offensivo? Come e in che forma la cittadinanza, la sua cittadinanza, in un momento di strazio come quello che ha vissuto, avrebbe potuto sentirsi presa in giro e offesa di fronte ad un atto sincero di scuse? Ma non è finita qui.
«Non sono nemmeno abituata a chiedere perdono perché non cerco consolazione. Forse è la mia formazione non cattolica a impedirlo. Cerco dentro di me la risposta e non l’assoluzione liberatoria da peccati, colpe e omissioni». E poi un lungo elenco con tutte le certezze granitiche del sindaco: «So che il Ferregiano e il Bisagno erano puliti. So che non è stata la mancata manutenzione a causare l’alluvione. So di non avere avuto alleati. So di non aver detto bugie. So di non aver firmato nessuna ordinanza né di apertura né di chiusura delle scuole perché non mi è stato sottoposto nessun quesito in tal senso dal Comitato di protezione civile il giorno prima». Ma l’ordinanza per chiudere parchi, cimiteri e musei chi l’ha firmata? «So che se mi avessero chiesto di scegliere avrei detto di chiudere le scuole come avevo fatto altre volte. Lo so non perché fosse giusto farlo, ma perché è difficile far capire a molte persone come ci si comporta in caso di pericolo». Poi un inciso su chi in tv le gridava in faccia che era colpa sua se il nubifragio aveva ucciso donne e bambini: «Sotto quell’ondata di fango sono morta anche io». Quella mediatica di sciacallaggio come ha detto lei o quella naturale?
Sottigliezze, inezie. Lo scritto della Vincenzi campeggia sul web, sottavalutando forse l’effetto boomerang di un lancio così in rete. Il social network e il mondo di internet sono impietosi, non fanno sconti a nessuno. Tantomeno a lei. Nelle prime ore del pomeriggio, la lettera di Marta piace a sette persone, soltanto. Mentre i commenti negativi la inchiodano al sul «muro».
Scrive Alessandro in una riga stringata ed efficacissima: «Vogliamo una lettera di dimissioni!!». Peppe ribadisce il concetti, ma ci mette qualcosa, anzi molto di più: «Signora Vincenzi avremmo preferito una sentita lettera di dimissioni e non una lista di pietose scuse accampate alla ricerca di una puerile scappatoia. Inoltre gridano indignazione le scomposte reazioni e parole che ha avuto a caldo di fronte a questa immane tragedia preannunciata. Ancora oggi a smentire le sue affermazioni di un Ferregiano pulito vi sono le foto di un letto (già colpevolmente ristretto) ricoperto da abbondante vegetazione. Abbia un po’ di dignità, si dimetta, non è all’altezza».
Lore pensa alle vittime: «La morte di una persona non si può apostrofare con “se succede qualcosa”». «Grazie per questa lettera - dice ironico Lavanda -, se vero quanto detto sulle scuole, perché Scidone è ancora alla protezione civile?». Ma è il passaggio sulle scuse, sul perdono e sulla mancata formazione cattolica a far tremare di rabbia il popolo della rete. «Dopo aver offeso per la poca professionalità i genovesi che l’hanno votata, cerchi almeno di non offendere i cattolici di cui lei, come si evince dalle sue parole, non sa e capisce assolutamente nulla», scrive Claudine.
«Il perdono non è un atto di consolazione, è un atto d’amore. Neppure io sono cattolico - dice Mauro -. Non si fa il sindaco se si pensa solamente ai propri interessi!». C’è chi la difende, come è ovvio che sia, che dice «Marta ti abbraccio e condivido il dolore di Genova che tu ben rappresenti», chi urla «Sindaco non dimetterti», chi invoca scenari di sciacallaggio.
Ma alla fine sono una netta minoranza, schiacciati anche persino da chi, vestendo i panni della Vincenzi professoressa, si prende la briga di analizzare l’uso del linguaggio. «Io non so chi si occupa della comunicazione, ma dire “Io so di non aver detto bugie” ha un peso diverso che dire “Io so di aver detto la verità”». In serata, Ricky preferisce andare dritto al punto, prende la mira e con un gioco di parole, centra il bersaglio, in pieno. «Niente scuse, dimissioni prima della prossima emergenza».