Alluvioni in India, morto escursionista italiano

L’hanno perso di vista mentre scappavano e la valanga di fango l’ha inghiottito. Per Riccardo Pitton, 23 anni, piemontese, il trekking nel piccolo Tibet del Ladakh, si è trasformato in trappola. Madre natura giovedì scorso ha dichiarato guerra a un angolo di paradiso terrestre nel Kashmir indiano. Centosettantasette persone sono morte, compresi 23 stranieri. Gruppi di turisti italiani sono ancora isolati a oltre 4mila metri di altezza. Gli elicotteri indiani li riforniscono dal cielo. Qualcuno potrebbe essere ferito. Almeno 200 italiani in vacanza fra i monti e monasteri del Ladakh sono in fuga dalla tragedia naturale.
Il flagello del maltempo e le alluvioni avevano già iniziato a colpire il vicino Pakistan coinvolgendo 14 milioni di persone e ammazzandone almeno 1.600. Secondo l’Onu è un disastro più grande dello tsunami.
«Eravamo assieme per un trekking, poi quel terribile giorno dal cielo è caduta pioggia e grandine, e improvvisamente si è formato un fiume di fango. Abbiamo cominciato a correre e non l’abbiamo visto più». Così i due universitari italiani in vacanza con Pitton, che studiava medicina, raccontano la tragedia.
Agli inizi di agosto erano arrivati a Leh, capoluogo del Ladakh, per un trekking di tre giorni. Sono partiti il 4 agosto, con una guida, verso la valle della Markha. Gli studenti, che hanno preteso l’anonimato, raccontano: «Abbiamo attraversato paesaggi bellissimi e dormito in uno dei villaggetti della zona». Nel pomeriggio del giorno successivo (giovedì), verso le 16.30 «quando avevamo davanti ancora un’ora e mezza di cammino, il cielo è diventato all’improvviso nero. Una quantità enorme di acqua ci è caduta addosso. Dopo, la pioggia si è tramutata in grandine».
Il gruppetto accelera la marcia, ma in senso contrario arrivano trafelati altri turisti, che parlano di una frana che blocca il sentiero. «Ci siamo messi a correre - ha spiegato uno dei sopravvissuti - perdendo di vista Riccardo. Poi, all’improvviso, su di noi si è riversato un mare di fango. Io mi sono aggrappato a un albero e sono stato salvato da una guida. Il mio compagno è stato tirato fuori dal fango da altri turisti». Del loro amico Riccardo sostengono solo: «Non l'abbiamo più visto». Le autorità indiane lo hanno dichiarato morto, anche se il corpo non è stato trovato.
La forza della natura ha distrutto ponti e strade. «Qualche decina di italiani è ancora isolato assieme ad altri stranieri - spiega al Giornale Gabriele Annis dall’ambasciata di New Delhi - Gli elicotteri indiani li riforniscono dal cielo di viveri, acqua e generi di prima necessità e quando riescono ad atterrare li portano via». Non sempre è possibile e non si esclude che qualche connazionale possa essere ferito. La Farnesina non è però ancora riuscita a prendere contatto con circa 50 turisti. La zona è militarizzata a causa delle tensioni con Cina e Pakistan, ma nemmeno i piloti da guerra riescono a raggiungere i picchi più alti e atterrare sul fango.
Secondo i dati forniti dagli uffici governativi del Kashmir, quattro uomini e tre donne di nazionalità italiana, tra i 26 e i 43 anni, sono bloccati a Pang, a circa 4.400 metri di altezza, mentre un’altra connazionale si trova a Biamah. Ieri, l’esercito ha portato in salvo 151 stranieri dalla località di Lamayuru, compresi italiani, una delle destinazioni turistiche più note della zona.
In tutto si calcola che erano 300 i connazionali nell’area e 200 sarebbero ancora nel Ladakh. Fabrizio Romano, capo dell’Unità di crisi della Farnesina, spiegava ieri al Giornale che una «sessantina di italiani stanno convergendo su Leh e altrettanti sono in partenza in aereo verso Delhi». Gli indiani, dove le strade sono agibili, hanno messo a disposizione i camion militari.
A Leh è stato inviato il diplomatico Gianluca Brusco per aiutare i connazionali in fuga dal maltempo. Fra i 23 stranieri morti ci sarebbero tre francesi, uno spagnolo e 16 nepalesi, ma i dispersi potrebbero essere ancora 400.