Almeno 40 civili morti nella scuola dell'Onu, battaglia a Khan Younis

Israele: dall'edificio sparavano i miliziani di Hamas. I carri armati di Tsahal nella roccaforte palestinese

L’hanno invocata, innescata, provocata. Ora è come Hamas la desiderava. È dura, spietata, all’ultimo sangue. È guerra senza esclusioni di colpi, circonda la città di Gaza, fa strage dei suoi abitanti, semina morte e feriti tra le file dell’esercito israeliano, stringe nella sua morsa Khan Younis, la roccaforte simbolo di Hamas. In questa nuova «nakba» (catastrofe) palestinese il grande assente è, però, Hamas.
Tra i 58 morti palestinesi di ieri solo due sono militanti, gli altri sono civili lasciati a far da bersaglio. I miliziani evitano i combattimenti, attirano gli israeliani nei dedali delle città, li bersagliano a distanza con i mortai. La strategia è quella dei cugini di Hezbollah, lasciare che il numero delle vittime civili cresca, far sì che l’indignazione internazionale inondi Israele. Così ad Hamas ieri va quasi meglio che a Israele costretto a seppellire cinque soldati, quattro dei quali uccisi dal «fuoco amico», e a far i conti con un katyusha piovuto 30 chilometri a sud di Tel Aviv.
Ma la vera tragedia è quella dei civili palestinesi e va in scena nella scuola Onu del campo profughi di Jabaliya, nel nord della Striscia, dove si sono rifugiati centinaia di sfollati fuggiti ai combattimenti. All’improvviso due granate esplodono davanti all’edificio. Quando il fumo si dirada è l’inferno. «Camminavo tra pozze di sangue, corpi fatti a pezzi, resti di braccia e gambe scarnificati», racconta il dottor Fares Ghanem, dell’ospedale Kamal Radwan, mentre il direttore Bassam Abu Warda annuncia 40 morti e 50 feriti, molti dei quali donne e bambini. Per Israele anche quella strage è la conseguenza delle tattiche di Hamas. «Il carro armato – spiegano i portavoce – ha reagito al fuoco dei militanti trincerati nella scuola».
Così mentre il bilancio dell’operazione «Piombo fuso» supera i 600 morti e i 1250 feriti, Hamas sembra quasi meno in difficoltà. In tarda serata il premier Ehud Olmert ha annunciato che Israele aprirà alcuni «corridoi umanitari» verso la Striscia di Gaza. E ora le polemiche internazionali sulle vittime civili e quelle interne sui cinque caduti in sole 24 ore ricordano a molti lo scenario libanese dell’estate 2006 quando Hezbollah trasformò in svolta politica la strage di Qana. Per chi cerca queste assonanze anche il richiamo del Dipartimento di Stato americano che invoca una tregua «durevole stabile e sostenibile» è un segno del vento che cambia. Quel vento non soffia sul campo di battaglia dove carri armati e soldati di Tsahal assediano la roccaforte di Khan Younis. Anche qui non ci sarà spazio per la pietà. Per penetrare quell’insidiosa ragnatela di vicoli i soldati passeranno di muro in muro, faranno esplodere le facciate delle case, spianeranno a colpi di artiglieria gli edifici imbottiti d’esplosivo, colpiranno chiunque si frapponga al loro passaggio per neutralizzare il rischio kamikaze. Un’altra ecatombe che la diplomazia internazionale cerca di evitare: ieri l’Egitto ha invitato ufficialmente Hamas e Israele a colloqui per un accordo a lungo termine.