Ma almeno i testi abbiano il brivido dell’attualità

C’è di tutto, dicono i selezionatori dei venti brani ammessi a Sanremo 2008: il pop, il rap, i cantautori, i temi d'attualità. E almeno metà dei brani medesimi - trilla una di essi - è particolarmente «radiofonica»: il che suscita un brivido di paura, se si considera il bassissimo livello della programmazione radiofonica italiana. Ascolteremo canzoni, oltre che radiofoniche, anche decenti? A dirla tutta, l'elenco dei nomi in gara non autorizza grandi speranze, specie sul fronte di quella linea innovatrice, e di quell'apertura al sociale, che caratterizzò l'altr'anno gli sforzi meritori di Pippo Baudo. Come è vero che il cast brilla - fatta eccezione per due grandi come Loredana Berté, vivaddio, e Eugenio Bennato, questa volta alle prese con il fascino della tradizione popolare pugliese - per l'assenza di voci che riassumano il meglio dell'odierna canzone italiana.
Sembrano lontane anni luce, all'attempato cronista, quelle edizioni di alcuni decenni or sono, quando sul palco festivaliero sfilavano i Modugno, i Villa, i Celentano, i Dalla, le Vanoni, e Milva, Patty Pravo, Jannacci, Paoli, Endrigo e insomma quanto di meglio la nostra musica leggera abbia saputo produrre. Ma sarebbe assurdo pretendere che artisti come Celentano o Fossati, De Gregori o Guccini, la Nannini o la Mannoia accorrano a Sanremo, col rischio di farsi confinare in coda alla graduatoria non per carenza propria, ma per la proverbiale incompetenza delle giurie demoscopiche, che da anni decidono le graduatorie punendo astiosamente la qualità e il talento.
Dunque mentre qualche autorevole Cassandra dell'industria discografica preconizza la non lontana abolizione del festival - è costume dei discografici rinfacciare alla kermesse la decadenza cui essi stessi l'hanno condotta - contentiamoci di quanto passa il convento. Auspicando che Baudo reiteri la coraggiosa scelta dell'altr’anno, centrata su quei temi d'attualità di cui si è accennato e che hanno dato al festival un'insolita dignità, e un'inedita ragion d'essere. Solo l'ascolto dei brani ammessi potrà dirci se il miracolo si ripeterà. Ma certo, eccettuate le presenze dell'interessante Fabrizio Moro, del rapper Frankie Hi Nrg, della Berté, e la dignità stilistica che comunque ci si attende da Cammariere, dal Tiromancino Federico Zampaglione, da Venuti, da Bennato, forse da Tricarico e dalla coppia «cocciantiana» Di Tonno-Ponce, è davvero arduo presumere che Cutugno e Little Tony, Mietta e Minghi, Grignani e Zarrillo, la Tatangelo e Gazzé possano assicurare al festival quella parola nuova che potrebbe dargli un senso, men che mai quel guizzo d'intelligenza che ne ravvivi la stanca liturgia. E che smentisca i certificati di morte imminente redatti con premura sospetta dalla dirigenza della Fimi, l'associazione italiana delle multinazionali discografiche.