MA ALMENO SPEGNIAMO LA TV

Siamo arrivati al punto che non ci crede più neppure il Dalai Lama: giusto alla vigilia della cerimonia inaugurale, la guida spirituale dei tibetani ha espresso il suo pieno sostegno ai Giochi di Pechino. Forse anche lui deve aver letto le cronache degli ultimi mesi e aver visto che del suo Paese, una volta fatta la presa di coscienza collettiva, ce ne si è ricordati giusto un paio di giorni prima delle Olimpiadi. Nel frattempo i cinesi hanno continuato a fare pulizia col sorriso sulle labbra.
Insomma, la realtà è questa: dai balconi davanti casa sono da tempo sparite le ultime (e sbiadite) bandiere della pace che sventolavano tristemente e non erano certo lì per ricordare i martiri della repressione postmaoista. E quelli che mesi fa si stracciavano le vesti gridando al boicottaggio, leggeranno queste righe armati di secchiello e paletta in riva al mare per poi sfogliare avidamente le pagine che organizzano le prossime due settimane davanti alla tv.
E allora diciamolo: domani la Cina accenderà la fiaccola olimpica dopo aver nascosto morti e deportati sotto il tappeto e nessuno ci può fare niente. Non possono nulla i politici del mondo presenti in massa per evitare crisi internazionali, non possono nulla gli imprenditori che hanno bisogno di nuovi mercati per superare la recessione, non possono nulla gli sportivi ai quali si chiede a gran voce di pulire le coscienze altrui, tanto sono loro a rischiare qualcosa. Anche se in questi mesi di sdegno a rate sarebbe in fondo bastato proporre alla Cina un semplice baratto: più business in cambio di democrazia. Nel senso: pagare moneta, vedere cammello.
Non è stato fatto, così ora è inutile fare gli ipocriti e anche noi del Giornale vi diciamo che non le oscureremo queste Olimpiadi perché - come si usa dire in queste ore - la politica deve stare fuori dallo sport. Ma soprattutto perché non si può chiedere a chi si gioca l’occasione della vita di mettere la faccia al posto della nostra. Però questo non deve far dimenticare quello che succede: solo ieri a Pechino sono stati arrestati 4 stranieri perché manifestavano per la libertà in Tibet, mentre in un lontano villaggio del sud la protesta contro un cementificio inquinante è finita con 107 persone in galera. Sparite loro, il cemento non inquina più.
Nulla è cambiato in questi anni in cui - come ha spiegato il Cio - l’Olimpiade rappresentava l’occasione di sviluppo e di pace. E dunque, se proprio volete un gesto - lo ribadiamo oggi, dopo averlo proposto ai tempi in cui il «Tibet libero» faceva più moda di Shanghai Tang -, il gesto facciamolo noi e tutti insieme: domani dalle 2 alle 4 del pomeriggio, mentre il regime celebrerà la sua gloria, spegniamo la tv, oscuriamo la cerimonia d’apertura, l’unico momento non sportivo dell’Olimpiade. In Tibet non staranno meglio, ma forse l’auditel dirà che noi ci sentiamo un pochino più vivi.
Marco Lombardo