Almodóvar: «Il mio atto d’amore al cinema»

Roma«Parla con lei» da una ventina d’anni e sempre d’amore e d’accordo, sicché quando Pedro Almodóvar, il regista spagnolo più noto su scala internazionale, e la sua musa Penelope Cruz, anche lei famosa a livello planetario(sia come icona sexy sia come attrice) presentano Gli abbracci spezzati (dal 13 nelle sale), ecco il duetto perfetto. Nell’ultimo lavoro del cineasta classe 1961, oscarizzato nel 2000 per Tutto su mia madre, si torna al mélo più smaccato, con una storia apparentemente sospesa nei meandri dell’amore atemporale, ma di fatto calata nella realtà dei tradimenti e degli «abrazos rotos», come titola il film originale, con rimando a quanto si spezza, nella vita: dai legami ai cuori.
E poi, sopra tutto, il Pedro caro all’ipersensibile realtà gay, fa una dichiarazione d’amore al cinema, al suo personale grande schermo pieno di cose vere e tangibili. «Il mio film è un’esplicita dichiarazione d’amore per il cinema, al quale riconosco la capacità di perfezionare la vita. Dopo aver girato Gli abbracci spezzati ho capito, da spettatore, quanto sia profondo il mio affetto per tale mezzo espressivo. Ricordo che, da bambino, negli anni Cinquanta, l’unica vita vivibile, per me, era il cinema. Un mondo parallelo, che rende accettabili i drammi della vita», spiega Almodóvar, che pure stavolta regala alla sua Penelope un ruolo adatto al temperamento di lei, tutta carne e fuego. La Cruz, infatti, qui è Lena, una donna dura e un’attrice seducente, spesso impegnata in doppiaggi estenuanti. «Soltanto Pedro poteva girare certe difficili scene di doppiaggio. Ormai, dopo tanti anni di conoscenza, appena lo vedo so di che umore è. Quando l’ho visto, per la prima volta, durante un casting, avevo tredici anni. Poi, con Tutto su mia madre ci siamo conosciuti meglio ed è nato un profondo rapporto di amicizia, che non ha mai travalicato i limiti del rispetto», racconta la Cruz, da tempo fidanzata con il collega Javier Bardem, insieme al quale è intenzionata ad avere un figlio, anche adottandolo, se necessario. Abbronzata e truccata da star, l’interprete scelta da Rob Marshall per il musical Nine parla a precipizio e del suo personaggio dice: «È come tre donne in una». Nel film, d’altronde, tutto è doppio, triplo, comunque multiplo, a partire dal protagonista, un regista che si fa chiamare Harry Caine e Matteo Blanco, a seconda che firmi opere letterarie o pellicole. Rimasto cieco in un incidente d’auto alle Canarie, oltre alla vista perderà Lena, senza mai riuscire a dimenticarla. E, in un delirio di gelosia, giungerà a buttarla dalle scale... «Questa scena ho voluto girarla senza l’ausilio delle tecniche digitali, perché risultasse più drammatica», esplicita Pedro, che detesta digitalizzazione e informatica. «Piango ogni volta che, in un albergo, invece della chiave mi consegnano una scheda elettronica», gigioneggia l’artista, lanciandosi in un’ode all’artigianato. «Nel film mostro addirittura il cuore della bobina, intorno alla quale s’avvolge la pellicola, il nucleo centrale della “pizza”, con la sua fragilità e la tangibilità di suoni e immagini», dice.
Persino il crocifisso, qui appeso nelle varie stanze abitate dai quattro protagonisti (oltre alla coppia degli ex-amanti, c’è una coppia madre-figlio, affettivamente legati a Matteo Blanco), è per Almodóvar «un oggetto artigianale». «Poiché sono un tipo give me two, ossia uno al quale piace comprare tutto due volte, ho acquistato una certa quantità di crocifissi di legno, tra i Caraibi e il Messico. Il crocifisso, per me, è un oggetto pop, come il cuore e le stelle e rappresenta una confessione solamente. In Spagna li hanno tolti dalle scuole, in nome del multiculturalismo. Però, siccome il crocifisso è un elemento pop, come tale mi piace», scherza, sapendo di titillare le corde ateo-laiciste, che da noi s’ispessiscono. «Le mie attrici preferite? Sophia Loren, Meryl Streep, Anna Magnani e Debra Winger», scandisce Penelope. «Lei? È una paranoica, alla quale dico sempre il vero. Verità e zero sesso, la nostra ricetta di amici», svela Pedro.