Almodóvar: Quentin, genio inaffidabile

da Milano

Allora è andata così. Ieri Pedro Almodóvar ha ricevuto dalle mani del vicepremier Francesco Rutelli (era il suo compleanno, auguri) il titolo di Commendatore dell’Ordine emerito della Repubblica italiana «per gli alti meriti artistici acquisiti nel campo della cinematografia». La cerimonia si è svolta a Palazzo Chigi tra squilli di trombe e conseguente dispendio di retorica. Per farvi un’idea, Rutelli, che è anche ministro della Cultura, ha chiesto ad Almodóvar se il suo cinema «dice la verità». A una domanda del genere, buona più per un ispettore o un contabile, normalmente Almodóvar avrebbe risposto con una risata, forse con un’alzata di spalle. In fondo, un regista non è un documentarista e chissenefrega se i suoi film descrivano la realtà per come realmente è.
Comunque, vista la circostanza, Almodóvar si è arzigogolato sottolineando che lui è interessato «all’artificio che c’è dentro la verità». Però, in tutto questo imperdibile e inevitabile popò cerimoniale, Almodóvar si è fatto scappare la battuta che, come sempre, valica il conformismo e diventa memorabile. «Tarantino? È solo un genio, non prendetelo sul serio». Nei giorni scorsi, Quentin Tarantino aveva detto che il cinema italiano è un disastro, allarmando tutti i registi italiani che ovviamente hanno alzato le baionette e quasi tutti lo hanno mandato a stendere. Naturalmente Almodóvar non ne sapeva nulla (qui siamo specializzati a creare polemiche dal nulla) ma si è subito adeguato al livello: «Tarantino è un uomo caratterizzato da una grande incontinenza verbale. Pur essendo un gran cinefilo, non conosce il cinema italiano. E non solo quello di adesso, ma nemmeno i classici. Tarantino conosce solo il cinema italiano di serie Z». Insomma, non le ha mandate a dire, come fa di solito a meno che non gli si chieda se il suo cinema dica o no la verità.