Almunia difende l’euro: «È il nostro scudo»

«Nel risanamento dei conti l’Italia deve fare ancora strada»

da Milano

Troppo basso quando valeva poco più di 80 centesimi di dollaro e in molti già ne decretavano il fallimento, troppo alto ora che ha toccato la vetta di 1,60 dollari ed è considerato una palla al piede per le esportazioni. L’euro ha 10 anni, essendo stato concepito nella notte tra il 2 e il 3 maggio 1998, quando vennero gettate le fondamenta dell’Unione monetaria europea (Ume), e il commissario Ue agli Affari monetari, Joaquin Almunia, ne approfitta per tracciare un primo bilancio, senza tuttavia tralasciare quanto ancora deve essere realizzato per consolidare la «casa europea» e aumentarne il peso sulla scena internazionale.
L’euro è «un successo strepitoso», è l’esordio di Almunia nel rapporto presentato per celebrare il decennale dell’Ume. Il commissario spagnolo considera la moneta lo scudo con cui 320 milioni di consumatori si proteggono «in questi tempi di incertezza e di preoccupanti aumenti dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari».
Un paracadute che ha anche permesso un calo dei tassi di interesse dal 9% degli anni ’90 fino al 5% attuale, annullato i rischi di cambio tra le monete del Vecchio continente, nonché contribuito a incrementare gli scambi all’interno dell’Unione fino a un terzo del Pil rispetto al quarto di dieci anni fa. Almunia elenca poi altre cifre significative: gli investimenti privati e pubblici sono arrivati al 22% del Pil nel 2007, quelli stranieri rappresentano ormai un terzo del Pil contro il quinto del 1998, mentre i paletti di convergenza fissati con l’Unione hanno inoltre permesso di portare allo 0,6% del Pil la media del deficit pubblico.
Il processo di risanamento delle finanze statali offre ad Almunia lo spunto per soffermarsi sugli sforzi compiuti dall’Italia. Anche se Bruxelles ha dato ieri il via libera al ritiro della procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo, il commissario Ue ribadisce che «c’è ancora molto da fare per mettere la finanza pubblica italiana in una posizione sostenibile nel medio e nel lungo termine». Al ministro uscente dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, Almunia riconosce comunque il merito di aver affrontato «un compito difficile».
Più in generale, Almunia è preoccupato da due fattori. Il primo è legato al livello potenziale di crescita al 2% dell’euro zona, che «resta troppo basso». Le ultime indicazioni congiunturali non sono tra l’altro entusiasmanti e hanno ricacciato ieri l’euro al di sotto di 1,54 dollari: le vendite al dettaglio sono scese in marzo dell’1,6% annuo, la caduta maggiore dal 1995, cioè da quando fu creato l’indice. Segno che la crisi dei consumi non è solo un problema italiano. Inoltre, gli ordinativi alle fabbriche tedesche sono crollati, sempre in marzo, del 5%.
Il secondo nodo da sciogliere riguarda il miglioramento della governance economica. «L’esperienza acquisita in questo decennio - spiega Almunia - mostra che le decisioni politiche di un Paese possono avere ripercussioni importanti su altri». Una maggiore omogeneità è condizione necessaria per permettere all’Europa di avere maggiore influenza «sulla scena mondiale, al fine di riflettere il peso dell’euro come valuta internazionale usata ben al di là delle nostre frontiere». L’obiettivo è quello di istituire una figura di rappresentanza esterna, e ottenere un’unica poltrona nelle istituzioni e nei forum finanziari internazionali. Si comincerà a discuterne durante il semestre di presidenza francese.