«Tra Alonso e Webber alla fine vincerò io»

Scusi Briatore, è in configurazione papà o manager? Perché, nel caso stesse facendo il mammo, ci si sente dopo…
«Purtroppo sono in versione manager, sto per entrare in un meeting qui a Londra».
Allora veloci: il mondiale 2010 se lo giocheranno due piloti da lei scoperti, valorizzati, lanciati: Fernando Alonso e Mark Webber.
«In effetti… andrà così, perché ormai Sebastian Vettel è fuori. Per me non rientra più nella partita iridata».
Però proprio ieri la Red Bull ha fatto sapere di valutare il gioco di squadra nelle ultime due corse del campionato.
«Troppo tardi. Fernando ha 231 punti, Mark 220, se la giocano loro due. E, francamente, quest’anno, il team anglo-austriaco ha fatto di tutto per perdere il titolo. Avanti così e rischia anche nel mondiale costruttori. Ora parlano di strategia, di gioco di squadra? Non serve chiudere il recinto una volta scappati i buoi».
Saggezza cuneese?
«Logica. La Red Bull poteva aver vinto il titolo già quest’estate. Ha inanellato 14 pole, vinto sette volte… Significa che la loro auto era nettamente superiore alle altre; e invece il campionato gli sta sfuggendo di mano».
Sicuro?
«Fernando ha ormai l’80 per cento di possibilità di vincere il mondiale. Lo conosco: la fase difficile è passata, ora è euforico e quando è in questo stato lo possono fermare solo fattori esterni, indipendenti dalla sua volontà».
Alonso e Webber non li ha solo scoperti e lanciati, sono anche gestiti dalla sua società di management. In un certo senso, vincerà anche lei il mondiale.
«Sono orgoglioso di aver portato in F1 due ragazzi così: sono grandi piloti e grandi persone. Quando per il processo federale (il crashgate di Singapore 2008, ndr) l’ex presidente Fia Mosley impose che i piloti sotto il mio management non tenessero rapporti con me, sia Mark che Fernando si dimostrarono forti e solidali. Quanto al campionato 2010, che ora vinca il migliore…».
Ma prima ce li racconti, partendo da Webber, il meno noto.
«Sono entrambi uomini di carattere. Sono davvero simili. Mark ha una grandissima dote: quella di saper lavorare tantissimo su se stesso per migliorare. Prima era un pilota molto veloce ma solo a volte. Ora lo è sempre. Gli ci è voluto tempo, ma ora, a 34 anni, è un grande… In questo mi ricorda Nigel Mansell. In qualifica il suo compagno, Vettel, è più veloce, ma in gara è meglio Mark. E’ un uomo che ha grandi doti di concentrazione».
Alonso.
«Parlano i numeri: abbiamo disputato assieme in Renault sei stagioni e vinto quattro titoli mondiali: 2005 e 2006, sia piloti che costruttori. Rispetto a Mark ha più entusiamo, ma credo sia dovuto all’età. Soprattutto, è uno che prende più rischi…».
Vuol dire in pista?
«No, intendo dire che si espone di più nelle dichiarazioni, nel rappresentare la squadra… Quest’estate, quando tutti dicevano che la Ferrari era ormai fuori dai giochi, lui insisteva nel dire che il mondiale restava aperto... Quanto al pilota, è un talento puro, incredibile, che come Mark ha però bisogno di un ambiente particolare attorno. Ricordate quell’anno passato alla McLaren? Alonso non riuscì a dare il massimo perché avvertì che gli mancava l’appoggio della squadra che, anzi, l’aveva subito messo in contrapposizione con Lewis Hamilton. Montezemolo, Domenicali, tutta la Ferrari si sono comportati in modo totalmente diverso: gli hanno offerto calore, fiducia, appoggio. Fernando, come in Renault con me, si è sentito protetto e quando avverte questa sensazione riesce a dare il massimo. È uno di quei piloti che possono andare oltre l’auto, darti di più. Ma devi sapere come metterli a proprio agio. La Ferrari lo sta facendo».
In queste parole c’è un sottinteso grande così: ovvero, la Red Bull, con Mark, non l’ha fatto?
«Esatto. Ma quella attuata da loro con Mark non è strategia, ha un altro nome: si chiama harakiri… Non ricordo più esattamente in quale gara, ma ce n’è una in cui, durante la premiazione, sotto il podio Webber non aveva nessun rappresentante della squadra, solo i meccanici… Sono gesti che ti spezzano le gambe, senti che viene a mancarti l’appoggio degli altri e diventi insicuro».
Veniamo agli errori. Webber ha sbagliato domenica in Corea: errore grave, che ha riaperto il mondiale. Fernando ne aveva combinati diversi durante l’estate.
«Parliamo di errori frutto di situazioni diverse. Quelli di Mark, in particolare quello in Corea, arrivano proprio perché il team non ha saputo proteggerlo, tenerlo tranquillo. Ma l’ultimo sbaglio lo renderà ancora più motivato… Quelli di Fernando erano invece frutto di quel di più che un pilota prova a mettere per sopperire, in un dato momento, ai limiti della macchina».