Alonso l’antipatico adesso vuole l’eredità di Schumi

Monza - Il principe delle Asturie ha paura dei ragni: «Se ne vedo uno in camera mi nascondo sotto le lenzuola e non dormo». Fernando Alonso sabato notte deve aver dormito il giusto, nessun ragno segnalato in zona, la luce di Monza sembrava quella di Oviedo, Nano ha mandato a nanna i ferraristi e il resto del popolo che lo voleva spia, traditore, venduto, finito. Ha vinto per la prima volta questo gran premio, «speciale come tutte le prime volte», così ha detto, ha vinto dall’inizio alla fine, in pista e fuori, contro tutti e contro tutto, davanti alla faccia rotonda di Clemente Mastella, ministro di Grazia e Giustizia, guarda un po’ le combinazioni dello sport, e di Ornella Vanoni (puramente casuale qualsiasi riferimento alle parole di Ma mi, quaranta dì, quaranta nòtt, a San Vittùr), ha vinto mentre in tribuna sfilava anche Antonio Di Pietro, un altro che ci azzecca con le cose illecite-ambigue e sul tema così si è espresso: «Non si può vincere con il trucco, è come barare a carte». Il principe che ha paura dei ragni non ha barato, la sua macchina è filata via a trecento all’ora senza il trucco, dai cilindri non sono usciti conigli e polvere ma astuzia, potenza e prepotenza di un campione che riscalda ma ancora non unisce. Ieri è scattato dopo aver visto attorno a sé, sulla linea di partenza, fotogrammi da Stranamore, la dolce carezza di Lisa al consorte Ron Dennis, il tenero bacio della Elisabetta al futuro marito Briatore. Queste sì, sono fette di sport e di vita da mandare a memoria.

Prima di Alonso in Spagna nemmeno sapevano quando, come e dove si corresse una gara di formula 1. Nano, come gli spagnoli (potrei dire anche i milanesi in gergo sprezzante) ribattezzano qualsiasi bambino, è riuscito a far scoprire il circo ma deve uscire dal vicolo cieco, pure in salita, è il percorso tipico della sua vita. «Ho ancora quattro corse, sono quattro finali, devo vincerle tutte, ci sono tre punti tra me è Luis». Costui, ovviamente, è Lewis Hamilton. E, a proposito, chiedono ad Alonso: se ci fosse stato Schumacher, Hamilton lo avrebbe superato come ha fatto con Raikkonen? «Se ci fosse stato Schumacher io non sarei primo».

Si potrebbe dire e scrivere della storia di spie che lo ha intossicato: «Giovedì, aspettiamo giovedì. Spero che la mia squadra mi dia una mano fino in fondo». Vuole dire che l’aria è pesante, se McLaren dovesse vedere azzerati i punti potrebbe scaricare il pilota che ha già detto di volersene andare. Paura, miedo, ecco il ragno che tesse la tela, Nano si guarda attorno, prepara le lenzuola. Va via veloce con le parole, come da repertorio: «Sì, mangio velocemente, respiro velocemente, cammino velocemente». Velocemente avrebbe voluto subito staccare le Ferrari: «All’inizio ho visto che Massa aveva preso una posizione, poi Luis ha rimesso le cose a posto ma dopo l’incidente di Coulthard la safety car ha stoppato per troppi giri la corsa». Sta a vedere che la colpa è della Mercedes, in quanto safety car. Si scherza, cercando di veder disegnato un sorriso, chessò una smorfia divertita sulla bocca del Nano. Anche questa è un’impresa ardua. Sarà per quel poster di Ayrton che teneva incollato vicino all’armadio, quando Alonso sognava di essere Senna guidando il kart strappato a sua sorella Lorena, sarà per quel carattere che ha poco dello spagnolo come lo immaginiamo, perché di Fernando fuori dalla pista poco si sa, forse è sposato in segreto con quella cantante, forse è soltanto fidanzato. Improvviso e imprevisto ecco il sorriso, accade quando a domanda malandrina: «Come mai non hai sfiorato il muretto per celebrare la vittoria?», Nano replica: «Qui si va trppo veloci, non volevo fare aria ai miei!», ride lui, ridono tutti, le arie a casa McLaren già se le danno di loro.

Torno a Nano. In Spagna non lo odiano ma non lo amano nemmeno, Fernando tifa Real Madrid e riferiscono che con il balòn sia bravissimo, ma a vederlo così mentuto fa venire in mente certe posture di uno che l’anno scorso qui a Monza vinse e in contemporanea annunciò la fine della sua avventura supermondiale, al secolo Michael Schumacher. Va da sé che il parallelo scatta immediatamente, Alonso a fine corse cambierà casa, non domicilio ma posto di lavoro, Alonso vestito di rosso, Alonso che parla italiano, Alonso a Maranello. Tre bandiere spagnole nel vento caldo di Monza, qualcosa si muove, la fede in Raikkonen si è incrinata, dopo il finale da talpa di ieri pomeriggio, quella in Massa non è mai stata profonda, Montezemolo che parla di cifre dovrà tenere conto del totale.

Tribune vuote, strade intasate, Mastella e i suoi dieci, dico dieci, uomini di guardia sono già andati, così Rutelli e Di Pietro. Non vedo la Vanoni Ornella, mentre Ron e Lisa Dennis si abbracciano e piangono. Sperando di non essere spiati.