ALONSO «Schumi non c'è riuscito Sarò io il campione più giovane di sempre»

Benny Casadei Lucchi nostro inviato a Silverstone Il problema più grande che attraversa oggi la mente di Fernando Alonso non è il mondiale da conquistare, ma la cronica mancanza di donne in questo mondo patinato chiamato Formula 1. «Sono poche, non ci sono, non me lo sarei mai aspettato» dice, ride e parte con la ricostruzione storica di questa involuzione tutt’altro che tecnica: «Vent’anni fa non era così, vent’anni fa, mi raccontano, il Circus era meno professionistico e per questo più piacevole. Oggi nessuno di noi ha tempo per divertirsi; dobbiamo solo pensare ad essere perfetti». E dire che Fernando proprio a una donna deve tutto: «Mia sorella Lorena, aveva otto anni quando papà, fanatico di corse e motori, le costruì un go-kart. La costrinse a salirci sopra, fu questo il suo errore e la mia fortuna: lei si ribellò, e papà, disperato, ci mise il sottoscritto. Avevo tre anni. Fu meraviglioso». È per questo che è sempre stato il più giovane in tutto? «Forse sì. In effetti ero il più piccolo quando vinsi nei kart, e così nelle formule minori e nel campionato 3000; e in F1 sono stato il più giovane a conquistare punti, a fare il giro veloce, a ottenere la pole, a salire sul podio, a vincere un Gp (Ungheria 2003, 22 anni e 26 giorni)...». Quindi, ora, ci riprova con il mondiale: neppure Schumi, con i suoi sette titoli, potrà mai fregiarsi di un primato così prestigioso. «Lo so perfettamente e mi piace l’idea di provare a conquistarlo: ho quest’anno e il prossimo (Alonso compie 24 anni il 29 luglio e il primato è di Emerson Fittipaldi, iridato a 25 anni e 10 mesi; Schumi lo divenne a 25 e undici mesi, ndr)». Nel 2001 l’esordio con la Minardi. Si sarebbe immaginato, in tre anni, di essere in vetta al mondiale con un simile vantaggio? «Non proprio, ma anche a 19 anni sapevo perfettamente che non appena avessi avuto un’auto competitiva sarei riuscito a lottare e a vincere contro tutti gli altri. Era solo questione di tempo». Lei viene da una famiglia molto modesta. Sarà un caso, ma gli altri due fuoriclasse della F1 di oggi, Schumacher e Raikkonen, provengono da famiglie di umili origini. Faticare stimola il talento? «Penso di sì, perché se da giovane ottieni ogni cosa con facilità, va a finire che diventi adulto senza sapere che cosa significhi lottare. Una vita umile ti insegna a saper sfruttare e riconoscere la grande occasione». Proprio perché proviene da una famiglia come tante, ora che è milionario (oltre dieci milioni l’anno, ndr) definisca il suo rapporto con il denaro? «Guardi, in F1 come nel calcio ci sono cose difficili da comprendere: una di queste sono gli stipendi. Per me sono troppo alti, sono decisamente sopra il dovuto. Per cui il mio rapporto con il denaro è questo: non sono qui per far soldi; anzi, potrei non prenderne pur di guidare una macchina competitiva». Dopo questo annuncio, si prepari a una processione di team manager fuori dalla sua porta... Tra l’altro, in febbraio disse grandi cose della Ferrari, poi si è intiepidito. Nel suo futuro c’è ancora un sogno rosso? «Per rendere in una squadra conta tutto: che l’auto sia competitiva; che la gente attorno ti faccia sentire bene, ti protegga. Sono tutti fattori e aspetti difficili da trovare e mettere assieme. Io, qui, ho tutto questo; però la Ferrari, solo per quanto ha fatto negli ultimi anni, resta un team interessante per ogni pilota». Che rapporti ha con i suoi colleghi? «Pochi. Di rispetto, ma pochi. Troppi interessi circolano in F1, troppi segreti. Difficile parlare fra noi». Ha degli amici in F1? «Sì, solo nel mio team». Briatore è suo amico? «È un po’ capo, un po’ amico, un po’ famiglia... però, diciamo che è soprattuto il capo». Nonostante il successo, i soldi, l’amicizia fra lei e re Juan Carlos, sua madre continua a fare la commessa in un grande magazzino di Oviedo? «Per la verità no, non più, da quattro mesi». D’altra parte, con quello che porta a casa lei... «No, no. Mia mamma voleva a tutti i costi lavorare; non le piace stare con le mani in mano. Purtroppo non ci riusciva più. Faceva la commessa nel supermercato ma era diventata la star, l’attrazione: la gente entrava solo per conoscerla, per salutarla, per parlarle. Si è dovuta arrendere, non aveva più respiro». A proposito, come gestisce la celebrità? «Non mi piace, ne farei a meno. Preferivo la mia vita prima. Sono un pilota io. Mi piace guidare, vincere, mi piace la competizione. Per fortuna, quando tolgo il casco sono solo Fernando. Vorrei essere uno qualunque, vorrei non mi riconoscessero. Lo sa che nelle due settimane fra Gp e Gp, se proprio mi va bene, riesco a trovare solo una giornata per me, per sentire un po’ di musica, per vedere un film?». Cosa non le piace di questa F1? «Vorrei auto più simili. Le gare sarebbero più belle». Nel Gp di Francia ha dominato: ora i punti su Raikkonen sono 25, su Schumacher 29. In luglio ci sono altri tre Gp: tutto può accadere. «L’ho sempre detto che luglio sarebbe stato il mese chiave per capire se eravamo in grado di vincere il titolo. E vedrete: ad agosto resteremo in lotta in due... al massimo tre. Uno di questi sarò per forza io, visto che se anche non prendessi più punti per tutto il mese, resterei primo o secondo con poco distacco». Schumacher ha guadagnato molto in giugno, poi la gara incolore di Magny Cours. Ha però intascato 6 punti. Pensa che riuscirà a rientrare nella lotta iridata? «Le due gare dove ha fatto bene, Canada e Indy, non sono state normali (Alonso e Fisichella ritirati a Montreal, solo le Rosse in pista a Indianapolis, ndr). Per cui conta soprattutto quella di domenica a Silverstone: perché è una pista dove noi non siamo mai stati fortissimi e dove le Ferrari vanno bene perché è un circuito Bridgestone. Diciamo che se Schumi ce la dovesse fare in Inghilterra, allora potrebbe rientrare in gioco. Altrimenti, anche lui sarà fuori dalla lotta iridata». In tema di persone rimaste fuori: si dice, soprattutto fra gli italiani, che il team abbia un occhio di riguardo per lei a scapito di Fisichella. «Penso che Giancarlo sia stato solo tremendamente sfortunato. Gli sono capitate cose che, magari, da fuori, non si comprendono; ma la F1 è così. In questi anni la Renault ha sempre offerto le stesse condizioni ai suoi piloti. Però, in Malesia Fisico è stato centrato da Webber; in Bahrein ha rotto il motore, in Canada un problema tecnico l’ha costretto al ritiro quand’era primo... Senza tutti questi problemi ora saremmo in testa a pari punti a lottare fra noi per il mondiale. Ed era proprio ciò che avrei voluto». Ha ancora qualcosa da imparare? «S’impara sempre... però, francamente, non so esattamente dove migliorare ancora». Il pericolo in F1? «La sicurezza è molto cresciuta, ma quando vedi incidenti come quello di Ralf Schumacher a Indy, comprendi quanto andiamo veloci». Più rischio le darebbe più piacere? «Per nulla, non sono stupido».