Alpini premiano i «veci» scampati alla guerra

La Presidenza nazionale della Associazione Alpini ha deciso, con encomiabile iniziativa, di rilasciare un attestato - con relativa medaglia commemorativa - agli alpini ancora viventi, reduci della seconda guerra mondiale. L’attestato verrà consegnato, con apposita cerimonia, da ciascun Gruppo territoriale, ai propri iscritti.
Nella nostra città, il Gruppo «Genova Centro» - il più numeroso fra i sessanta della Sezione provinciale - guidato dal capitano Franco Gardella, artigliere alpino e funzionario tecnico del Comune, ha predisposto la cerimonia per domenica 1 ottobre, nella sede sociale: quello splendido villino tra gli alberi dei giardini Coco, voluto dall’allora presidente sezionale generale Remigio Vigliero e realizzato - quarantinque anni or sono - con lavoro, contributi economici, assistenza legale, assistenza tecnica (ingegneri, geometri, architetti) e manovalanza (muratori, falegnami, elettricisti, fabbri, ecc...) il tutto fornito dagli alpini.
Alla cerimonia saranno invitate, ovviamente, le autorità militari e le famiglie di quei reduci che non potranno ritirare personalmente l’attestato perché nel frattempo, secondo la terminologia degli alpini, «andati avanti».
Omettendo la descrizione dei singoli episodi, che richiederebbe più di un volume, vi saranno, fra gli insigniti, personaggi genovesi noti e meno noti: troveremo Olindo Fabbro (classe 1920), combattente di Grecia e di Russia, che subì una lunga e dolorosa prigionia nell’Unione Sovietica; l’avv. Ferdinando Cardino (1921), che a Standbostel, in Germania, ebbe per compagno di detenzione Giovannino Guareschi; l’avv. Antonio Sulfaro (1922) protagonista di una rocambolesca evasione dalla prigionia; Luca Dogliani (1915) dalle varie peripezie tra le isole dell’Egeo dopo l’otto settembre ’43, che gli ispirarono un volume autobiografico dal titolo «Ulisse 1943», Antonio D’Emilio (1920) scampato all’inferno bianco della ritirata di Russia; Angelo Righetti (1923) le cui vicende - fra la Grecia, Repubblica Sociale, coinvolgimenti partigiani e detenzione nei lager tedeschi - meriterebbero la penna di un Emilio Salgari.
La cerimonia-manifestazione di quello spirito di corpo alpino che si tramanda nei decenni, duro a morire nonostante l’abolizione della leva e lo spostamento del reclutamento territoriale - tende ad onorare coloro che si sacrificarono o furono sacrificati per quelli che un tempo si chiamavano amor di Patria e senso del dovere e che parrebbero oggi, purtroppo, sentimenti ignoti alle nuove generazioni, e comunque, taciuti dagli insegnamenti scolastici.
Cerchiamo di non dimenticarli.
Diversamente, se possibile, da come ritiene di averli dimenticati lo Stato italiano, il quale, per ringraziare i lavoratori pensionati, reduci di guerra, dei sacrifici compiuti, aggiunge munificamente alle loro pensioni un favoloso soprassoldo mensile di ben trentamila lire (euro 15,49).
Ma i vecchi combattenti alpini da noi intervistati non demordono ed i giovani (si fa per dire) che non hanno fatto la guerra, perpetuano lo spirito scanzonato, ma fondamentalmente serio, dei «veci».
Uno di loro, da noi intervistato, ci ha detto: «Non c’è da preoccuparsi per il nostro futuro, perché quando le cose si mettono male le Alte Sfere si risovvengono degli Alpini ed allora vale sempre il vecchio richiamo: «A brusa? Suta ’l Susa!» ovvero: «Brucia? Le cose si mettono male? E allora, venga sotto il Battaglione Susa». Cioè: chiamate gli Alpini!
capo-gruppo
Genova-Centro
Associaz. naz. Alpini