Gli alpinisti: restituiteci i nomi italiani delle nostre valli

Lorenzo Scandroglio

«Sono stato al Canziani tanti anni fa – ci confida Cesare Maestri – e non ricordo nemmeno più quando e dove di preciso, ma la questione è innanzitutto di principio: siamo o non siamo in Italia? E la provincia di Bolzano è o non è una provincia autonoma, legittimamente autonoma ma bilingue?». Esordisce con queste parole il grande alpinista dei Ragni di Lecco, protagonista con lo svizzero Toni Egger dell’epica salita al Cerro Torre, in Patagonia, nel 1959, alla notizia che l’Alpenverein Südtirol (omologo altoatesino del Club Alpino) ha recentemente sostituito numerosi cartelli segnavia bilingui con indicazioni esclusivamente in lingua tedesca. L’episodio si è verificato nell’area altoatesina del Parco Nazionale dello Stelvio, nel gruppo dell’Ortles Cevedale, dove persino il Rifugio Canziani, che sorge in una valletta laterale alla testata della Valle d’Ultimo sulla sponda orientale del Lago Verde, in una magnifica conca racchiusa fra le cime Giovaretto, Fontana Bianca, Lorchen e Sternai, di proprietà del Cai di Milano, non viene più indicato con il nome italiano a fianco del tedesco ma soltanto con l’originale nome di Höchster Hütte. Stessa sorte per i numerosi toponimi circostanti, cime, valli e laghi compresi.
In verità, agli intransigenti esponenti del sodalizio altoatesino vorremmo ricordare che l’originario rifugio, effettivamente costruito nel 1909 dalla Sezione di Hochst, fu assegnato dopo il primo conflitto mondiale alla Sezione di Milano che, nel 1927, lo riedificò con il concorso della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde. Quest’ultima, volendo ricordare con un’opera alpina la memoria di Umberto Canziani, funzionario dell’Istituto, valoroso ufficiale degli alpini caduto nel 1915 sul Vrsic nonché socio della sezione milanese del Cai, pioniere dello sci-alpinismo e fondatore nel 1902 dello Ski Club Milano, decise di intitolarlo al suo nome. Con la realizzazione dell’invaso artificiale del Lago Verde (che ora i cartelli indicano con il solo toponimo «Langsee») il vecchio edificio andò completamente sommerso. L’attuale rifugio costruito poco più in alto, venne consegnato alla Sezione di Milano nel 1969 che, dopo alcune opere di adattamento, lo inaugurò ufficialmente nel 1977.
«Insomma – continua Maestri – non c’è bisogno di risalire alla paternità di questo o quel toponimo, perché le montagne sono di tutti, né dei tedeschi, né degli italiani, né degli altoatesini; specialmente in una situazione come quella altoatesina dove da anni esiste il bilinguismo, non vedo perché si debba discriminare l’italiano. Persino per lavorare in Alto Adige occorre il tesserino con la doppia lingua, e non con il solo tedesco».
Per Lorenzo Zampati, responsabile del Soccorso Alpino in Alto Adige «la questione è spinosa ed aperta da anni; da un certo punto di vista è innegabile che questo possa causare un senso di smarrimento negli escursionisti italiani, non perché ci si possa perdere davvero ma perché vengono a mancare dei riferimenti che erano presenti da anni; dopo di che bisogna dire che la maggior parte degli escursionisti di lingua italiana conosce i toponimi della zona anche nel nome tipico originale. Certo è che sul piano della sicurezza, se proprio non ci sono dei rischi grossi, bisogna comunque ammettere che la cosa non è di aiuto».
Secondo Roberto Mantovani, guru della storia dell’alpinismo e direttore della Rivista della Montagna, «è giusto che ci sia il toponimo in lingua originale, in dialetto, patoi o tedesco, ma non può mancare, al di là del fatto che esiste una legge sul bilinguismo, il toponimo italiano, specie in tempi di Europa aperta. Tra l’altro occorre notare che quand’anche un escursionista conoscesse il tedesco, raramente il toponimo tedesco è la traduzione letterale di quello italiano».
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