È alta stagione? Il clandestino espulso può restare

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da Catanzaro

«Quello che mi chiedo da padre, da cittadino, da uomo è se tutto questo è giusto!» È il grido disperato e disperante di Giuseppe Bellorofonte, padre di una ragazza di appena 19 anni, studentessa di Soverato, strappata alla vita da un colpo di pistola in testa sparatole da un giovane di 25 anni.
Lo stesso assassino, dopo poche ore, si era recato dai carabinieri ai quali ha confessato il delitto. Oggi quell’assassino è uscito dal carcere. Libero. La solita decorrenza dei termini di custodia cautelare. Una coltellata al cuore per Giuseppe Bellorofonte, papà di Barbara, la diciannovenne uccisa alla fine di febbraio dello scorso anno. «È successo tutto un anno fa - ricorda - il 27 febbraio, proprio sotto casa nostra, mentre aspettavamo Barbara per cena; lei era a casa con noi, è passato il suo ragazzo a citofonare, ha chiesto di lei ed è scesa per parlare. Da allora Barbara non è più stata con noi».
È un fiume in piena il signor Giuseppe, molte volte le lacrime gli solcano le gote e gli bagnano gli occhi, quegli stessi occhi che aveva sua figlia. Gli assomigliava Barbara, una vista spezzata. Dei proiettili che il suo assassino le ha scaricato addosso, uno è andato a segno, conficcandosi in testa: Barbara va in coma, viene portata d’urgenza in ospedale e dopo circa un mese di agonia, il 20 marzo, è morta! «Oggi, continua il padre di Barbara, il suo assassino è libero e può liberamente “girare” indisturbato per le strade di Soverato»!
Parla a ruota libera, attacca le istituzioni, ma soprattutto vuole qualche spiegazione: «Ignoro i motivi che hanno indotto la giustizia italiana a liberare l’omicida dopo solo un anno, ma quello che mi chiedo da padre, da cittadino, da uomo è se sia giusto tutto questo! Se sia giusto che a essere tutelato nei diritti sia invece solo un assassino che, con fredda premeditazione, viene sotto casa, mi uccide una figlia e, dopo solo un anno, esce di galera e se ne va a spasso per le vie del paese».
È l’ennesimo caso, analogo a tanti altri, frutto d’una giustizia malata che, tra ritardi, difficoltà, carenze, sembra non parlare più la lingua di quel «popolo italiano» nel cui nome emette sentenze, e nemmeno quella della «legge è uguale per tutti», come campeggia in ogni aula di tribunale. Accecato dalla gelosia, e dal modo di vestire della sua fidanzata, la costringeva a non uscire di casa se non in sua presenza, cosi alla fine lei lo aveva lasciato. Ma dopo pochi giorni dalla decisione di prendere strade diverse, a un incontro chiarificatore richiesto proprio da lui, ecco l’ennesima lite, il raptus che lo spinge a spararle quattro colpi di pistola, centrandola con un solo colpo alla testa.
La ragazza morì dopo ventuno giorni in fin di vita all’ospedale di Catanzaro, dove era stata ricoverata in coma irreversibile, subito dopo quella tragedia. Non sono passati neanche 14 mesi da quella maledetta sera, e Luigi Campise, 25 anni, originario di Crotone ma residente a Soverato, è già tornato in libertà. Quella sera del penultimo giorno di febbraio, Luigi, intorno alle 20.30 suonò al citofono dell’appartamento di Montepaone Lido in cui Barbara Bellorofonte, 19 anni, abitava con la famiglia. «Torno subito», disse uscendo. E scese a parlare col ragazzo. Non l’hanno più rivista viva. Ieri, dopo poco più di un anno, l’epilogo sorprendente, sconcertante che lascia l’amaro in bocca a chi aspetta non vendetta ma giustizia.
Per il pubblico ministero Alessia Miele, la confessione non bastava, aveva chiesto una proroga alle indagini, che prima gli era stata approvata, ma che successivamente il Gip della città capoluogo ha annullato. Da qui la decisone, del tribunale della libertà di Catanzaro che, accogliendo la richiesta dei difensori del giovane, lo ha scarcerato. Il 30 aprile davanti al Gip si terrà l’udienza preliminare, ma l’uomo risponderà delle accuse a piede libero. Mentre una famiglia piange ancora la perdita di una figlia per una lite banale con il fidanzatino.