Alternanza senza ribaltoni

È diffusa l'opinione che i Democratici otterranno un successo nelle elezioni di mid-term che si tengono oggi negli Stati Uniti. È facile che il partito dell'asino conquisti la maggioranza alla Camera (House of Representatives) che si rinnova per tutti i 435 membri, mentre è assai dubbio che ce la faccia a raggiungere la maggioranza in Senato che si rinnova solo per un terzo, con l'elezione di 33 senatori su 100. Fino a qualche giorno fa, nei sondaggi, i Democratici sopravanzavano i Repubblicani di oltre 10 punti, ma negli ultimi giorni lo scarto è notevolmente diminuito.
Non c'è dubbio che la perdita di consenso dei Repubblicani, che nel 2004 avevano brillantemente vinto con George W. Bush il secondo mandato presidenziale, sia dovuto alla cattiva conduzione della guerra in Irak. La promessa del Presidente di cambiare regime, pacificare il Paese e costruire una democrazia, è stata abbondantemente disattesa, sicché ormai la maggioranza degli americani non accetta più di pagare l'alto costo di vite umane e di risorse finanziarie per un'impresa di cui non si riesce a vedere alcuno sbocco.
Vi è poi un secondo elemento che può incidere sulla popolarità dei Repubblicani. È il susseguirsi di scandali riguardanti soprattutto i comportamenti personali di importanti esponenti come il deputato repubblicano Mark Foley della Florida, che è stato accusato di pedofilia con uno stagista del Congresso, e il reverendo Ted Haggard, leader di 30 milioni di fedeli repubblicani anti-abortisti e anti-gay, che è stato travolto da un affaire di droga e omosessualità.
Tra poco si conoscerà se le due spine - Irak e scandali -, oltre ai molti altri fattori economici di carattere locale, avranno prodotto il ribaltamento del consenso che aveva accompagnato Bush fino al secondo mandato. Si deve tuttavia osservare che, proprio nel caso in cui i Democratici conquistino il controllo della Camera, la democrazia americana darà ancora una volta prova di vitalità smentendo quanti, e sono in molti, da anni parlano di «involuzione autoritaria». Se davvero Bush avesse instaurato una dittatura, come sarebbe possibile che ora i suoi avversari con libere elezioni conquistino la maggioranza in alcune istituzioni politiche?
Lasciando da parte simili amenità, è invece utile riflettere su un altro motivo che potrebbe agevolare il successo democratico. Il sistema istituzionale statunitense è fondato sui divided powers, cioè sulla preferenza per istituzioni - Presidenza, Congresso, Corte suprema - che non siano nelle stesse mani politiche affinché possa funzionare quel bilanciamento dei poteri che è fondato sui Cheks and Balances. Contrariamente ai sistemi europei dove gli Esecutivi sono emanazioni dei Parlamenti, negli Stati Uniti vige la diversa regola del presidenzialismo secondo cui Presidenza e Congresso ricevono, entrambi, la separata legittimazione dal voto popolare.
Negli ultimi sei anni le tre istituzioni fondamentali, Presidenza, Congresso (House e Senate) e Corte Suprema, sono state tutte di colore rosso, cioè Repubblicano. È proprio questa la ragione per cui sarà probabile che l'omogeneo controllo istituzionale Repubblicano ceda il passo a un equilibrio più articolato tra i due partiti che si dividono la scena politica statunitense, secondo quella «legge del pendolo» che simboleggia lo spirito stesso della democrazia americana.
Quali che siano i risultati, resta il fatto che sui maggiori punti controversi, il terrorismo e l'Irak, la linea seguita da Bush negli ultimi tempi non subirà sostanziali ribaltamenti. Innanzitutto perché la lotta al terrorismo rimarrà la priorità del popolo americano che seguiterà a considerare la sicurezza come priorità nazionale, sia che venga gestita dalla Presidenza repubblicana sia che intervenga con una qualche correzione un eventuale Congresso democratico.
Per quanto poi riguarda l'Irak, non si deve dimenticare che già da tempo Bush sta esplorando una linea alternativa all'attuale, tale da consentirgli un'onorevole uscita dalla palude di Bagdad con i minori danni possibili. Circola un piano formulato dall'avvocato James Baker, già segretario di Stato di Bush padre, insieme ad autorevoli think-tank bipartisan che riproporrebbe la tradizionale politica estera (sia repubblicana che democratica) con l'abbandono delle tesi interventiste propugnate dai neoconservatori e fatte proprie da Bush nel primo mandato.
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