Le alternative di un liberale che cerca voce

Egidio Sterpa

Nel giro di due giorni il mio scritto di ieri l’altro 2 settembre («L’assordante silenzio di tutti i liberali») mi ha procurato repliche e osservazioni, talune molto polemiche, alle quali do una prima immediata risposta. Dove sono i liberali?, avevo chiesto, non s’accorgono che sta accadendo qualcosa che offende i loro ideali e i loro valori? L’interrogativo era una provocazione, ma anche una constatazione. Aggiungevo infatti che i liberali sembrano colpiti da afasia acuta. Il loro silenzio in presenza di certe distorsioni della politica è per me inspiegabile. Alcuni interlocutori - via telefono e via email - mi rimproverano d’essere stato troppo severo, perché, dicono, i liberali ci sono, ma da sempre sono una ristrettissima minoranza e poco possono fare, e quel poco che dicono viene azzerato dalla disattenzione e dalla sufficienza della maggioranza, di sinistra o di destra che sia.
Questo è certo vero, ma vero è anche che quei liberali che contano qualcosa nella vita politica e nel mondo intellettuale o sono troppo distratti, e quindi almeno una loro colpa preterintenzionale c’è, o fingono di non capire, e qui senza dubbio c’è il dolo. Il mio rilievo, è chiaro, va soprattutto ai liberali politicamente impegnati su qualunque fronte (e ce ne sono, com’è noto, sia a destra che a sinistra) e però non meno responsabile moralmente ritengo sia quell’intellighenzia che dell’aggettivo liberale fa uso per nobilitarsi. C’è, tra le altre, una missiva - l’autore chiede di rimanere anonimo e lascio anonimi tutti gli altri - che contesta la mia posizione vivacemente. «E lei che ha fatto?» mi dice, «crede di essere dalla parte giusta come liberale?». Umilmente penso di poter dire di non essere venuto meno alle convinzioni maturate nei miei anni di studio, di giornalismo militante, di milizia liberale. Per esempio, negli anni Settanta-Ottanta mi sono battuto per le liberalizzazioni. Nella scorsa legislatura, la XIV, come parlamentare di Forza Italia sono stato il solo della Casa delle libertà a votare, in leale dissenso dalla maggioranza, contro la cosiddetta «devolution» in nome di principi liberali (e ce n’è traccia negli atti parlamentari).
Quanto al fatto che io da liberale sia o meno dalla parte giusta, affermo senza retorica di ritenere di sì. La buona fede mi viene riconosciuta anche da avversari, così come io non la nego ad essi quando la meritano. È appunto proprio in questo spirito che faccio alcune considerazioni su quelle che a me paiono gravi e pericolose distorsioni della politica del governo e della maggioranza di centrosinistra.
Un’ultima email mi chiede: «Ma se lei è un liberale,come fa a stare in una formazione politica che è un pot-pourri dove più che liberali ci sono socialisti, democristiani, ciellini, formazione che per giunta si è affiliata ai popolari europei»? Forza Italia, com’è noto, è nata come reazione a quella sinistra che nel ’94, crollata la coalizione del pentapartito, Occhetto guidò alla conquista del potere definendola «gioiosa macchina da guerra». Più che Berlusconi la reazione produsse la volontà di difendersi dei moderati. Avvenne un po’ quello che avvenne nel ’48 con De Gasperi e che si ripeté nel 2001 dopo l’esperienza del governo di centrosinistra. Per un liberale c’era forse un’alternativa?