Altman porta la radio al cinema: «È la mia Nashville agrodolce»

Un’opera amara che ricorda la fine di un modo di stare dietro ai microfoni

Maurizio Cabona

da Berlino

Inverni severi e popolazione germanica accomunano Berlino, Prussia, dunque il suo Festival, a St. Paul, Minnesota, da dove veniva trasmesso il programma radiofonico A Prairie Home Companion (Un coinquilino della prateria). Nel suo film omonimo, cui ha aggiunto il sottotitolo Live Every Show Like It's Your Last (Vivi ogni spettacolo come fosse l'ultimo), l'ottuagenario Robert Altman ne evoca l'ultima puntata. In quest'addio mescola il mondo della radio - fatta però non in uno studio, ma in un teatro (il Fitzgerald di St. Paul, appunto) - e quello del cinema. E in questo addio collettivo c'è ovviamente anche il suo, con l'amarezza che l'intanto sopraggiunto Oscar alla carriera - gli sarà dato fra un mese - non stempera.
Cominciato nel 1974 da Garrison Keillor, il programma A prairie home companion ha accompagnato, oltre a milioni di americani qualunque, i militari statunitensi nelle loro guerre per il mondo. Le guerre continuano, non il programma. Per evocarne la chiusura, Altman s'ispira a se stesso come regista di Nashville (1975). Altman oggi ha più di ottant'anni; non poteva dunque trovare i mezzi per un altro così vasto affresco, ma li ha trovati per una sorta di sitcom in una sola puntata, ennesimo film collettivo di grande professionalità, scritto dallo stesso Keillor, dove i testi delle canzoni integrano i dialoghi; dove Garrison Keillor interpreta se stesso; dove Meryl Streep, Lily Tomlin, Woody Harrelson e John C. Reilly sono i menestrelli.
L'età d'oro della radio aveva avuto i suoi film, in chiave preoccupata Un volto nella folla di Elia Kazan; in chiave nostalgica Radio Days di Woody Allen. Ma nessuno, a Hollywood, s'era occupato della radio per mostrare che cosa ne rimaneva, da quando la tv le aveva strappato lo scettro. Cresciuto quando Kazan era importante, più anziano di Allen di un decennio, Altman (in tedesco: uomo vecchio) è meno incline di quest'ultimo a favoleggiare lo ieri. Il film sulla sua città, Kansas City, tutto era meno che nostalgico. Altman non rimpiange: descrive. Il rimpianto si forma, caso mai, nello spettatore.
Signor Altman, quanto è autobiografia e quanto è biografia nel suo film?
«Il mio primo interesse per lo spettacolo è stata in effetti la radio. L'ascoltavo negli anni Trenta, da bambino, sdraiato sul pavimento come tanti coetanei, allora».
Aveva un idolo?
«Norman Corwin, l'ideatore del dramma radiofonico».
Anche lei ha cominciato dalla radio?
«Sì, il mio primo spettacolo è stato rappresentare in un teatrino proprio un dramma pensato per la radio».
Fare un film sul fare radio a teatro è un gioco di rimandi.
«Perciò ho pensato al lavoro di Garrison Keillor: c'era anche il pubblico in carne e ossa».
Quanto è fedele la riproduzione del programma?
«La struttura è la stessa e a condurlo è sempre Keillor. Ma quello che rappresento nel film non è un successo nazionale: solo un programma per famiglie».
E il resto?
«Abbiamo imbrogliato le carte fra finzione originaria e finzione aggiunta».
Ovvero?
«L'investigatore privato di Kevin Kline e i menestrelli di Harrelson e Reilly diventano anche interpreti, quindi hanno un'esistenza anche dietro le quinte».
Nei titoli di coda lei ringrazia il regista Paul Thomas Anderson. Perché?
«L’assicurazione voleva pronto un regista più bravo di me in caso fossi morto durante le riprese».
Perché tanti attori nei suoi film?
«Più attori ci sono, più facile è girare. Quel che non riesce all’uno, riesce all’altro».
A prairie è un’elegia sull’America perduta?
«È un film politico come lo è ogni film, nel senso che la realtà influenza il modo di raccontare una storia».
Per questo ha girato un film che evoca Nashville, risalente ai tempi della guerra del Vietnam?
«Forse. Anche se i veri film politici ora a farli - e a farli benissimo - è George Clooney».