Altobelli in gol da 50 anni «E sono nato senza pallone»

«Segnare ai miei tempi era più difficile. Oggi i Tardelli non esistono»

Riccardo Signori

Domani sono cinquanta. Sembra ieri rivedere Spillo con quel cespuglio di capelli neri in testa, e il pizzetto incorniciato sul viso un po’ triangolare ma dallo sguardo arguto. Spillo, cioè Alessandro Altobelli, si mette a ridere. «Accidenti, qui non è come passare il traguardo dei 100 o dei 200 gol. Dopo i 22, gli anni volano. Eppoi tutti continuano a chiamarmi Spillo, ma ora lo sono un po’ meno». E si tocca il girovita. Si consola: «Ormai non devo più fare gol». La parola gol compare almeno 50 volte, come gli anni, in un discorso di mezzoretta. Sono stati i suoi compagni di vita sportiva. Come dimenticarsene? Ed ora può solo ringraziarli. Lo fanno sentire appagato. «Rimetterei la firma su tutto. Una storia quasi impensabile. Dalla vita ho ottenuto il massimo, realizzato i miei sogni. Cinquant’anni vissuti magnificamente bene».
Lo dice come fosse il titolo di una autobiografia. Sicuro che tutti i sogni siano stati realizzati?
«Quelli dei primi 50 anni, certamente. Ora me ne porto dietro uno: sono nato nel calcio e adesso, che sto diventando grande, vorrei continuare a starci facendo qualcosa d’importante».
Dove, con chi?
«Considero solo due società nella mia carriera: Brescia dove sono stato 4 anni e Inter dove ne ho passati 11. Con la Juve ho buoni rapporti, mio fratello è un osservatore, ma è stato solo un passaggio. Brescia è la mia città ideale: ci abito. Milano mi ha adottato. Vorrei fare qualcosa d’importante con l’Inter: è la squadra a cui ho sempre dato tutto, compreso il tifo fin da piccolo. Fra noi ci sono buoni rapporti, però credo che la mia sfortuna sia stata quella di non aver giocato nell’Inter di Moratti. Altrimenti chissà...».
Tutto partì da Sonnino, ne ha percorsa di strada...
«Ero destinato a fare il macellaio. Per fortuna qualcuno si inventò una squadra per ragazzi ed io ci arrivai. Se pensiamo che la mia carriera è partita da un paese dove non c’era neppure il campo di calcio... Aggiunga che il Latina, la mia prima squadra, aveva la maglia nerazzurra e capirà».
Furono sacrifici?
«Sempre tanti, ma il più grande è stato quello di lasciare la famiglia a 18 anni per arrivare a Brescia dove ero solo e in una realtà totalmente diversa».
La cosa più facile?
«Nel calcio niente. Anzi, la cosa più facile sono stati i falsi amici».
Mai pregato per farcela?
«Io sono credente e cattolico, forse frequento poco ma so pregare. Quei giocatori che levano gli occhi al cielo non mi convincono. Quando segnavo, alzavo un dito e facevo fatica. Lassù ci sono cose più importanti cui pensare».
Fu un miracolo arrivare all’Inter?
«No, mi volevano anche Juve e Milan, Rocco in persona. Ma il presidente del Brescia, tifoso nerazzurro, scelse l’Inter».
Più legato ai ricordi con l’Inter o al mondiale 1982?
«Quelli con l’Inter, la nazionale è venuta di conseguenza. Peccato che allora avevamo un presidente senza grandi possibilità: prima bisognava fare i conti di cassa».
Comunque lei ha un buon curriculum...
«Ho vinto lo scudetto, abbiamo sempre giocato le coppe. Mi dicono: potevi vincere di più. Ho segnato 305 gol, mica pochi. Ma non ho scalato l’Everest d’un colpo».
Ha segnato tanto, ma oggi forse avrebbe segnato di più?
«Credo di sì. Allora 10 gol erano 10 gol. Negli anni Ottanta c’erano marcatori arcigni, non c’erano 28-30 telecamere che ti guardavano, non c’erano le regole di oggi. Questa è una soddisfazione: sono riuscito a impormi nel calcio più difficile. Adesso chi impersonifica meglio il giocatore del calcio fisico? Diciamo Gattuso. Allora c’era Tardelli e oggi non ne esistono come lui».
L’allenatore più amato?
«Mi sono divertito tanto al Brescia quando c’era Angelillo. Ma il mio allenatore è Bersellini: mi ha fatto crescere come uomo e come giocatore. Una sera, era un martedì, arriva a casa mia ad Appiano e mi dice: mi offri un caffè? Rispondo: dipende! Mi spiega: domenica non giochi, sei stanco, vieni in panchina con me. Capito com’era? Gli altri, da Radice a Bearzot, tutti dietro».
Il giocatore più grande con il quale ha giocato?
«In assoluto Beccalossi. Poteva diventare il simbolo dell’Inter ma la società sbagliò acquistando sempre qualcuno simile a lui: Becca non era un guerriero e non reagiva».
Beccalossi in assoluto, compagni di nazionale compresi?
«Certo. Un altro grande e indimenticabile è stato Rummenigge. Ed io, per farmi largo in nazionale, ho dovuto lottare con Pulici e Graziani, Bettega e Pruzzo, Giordano e Paolo Rossi. Non era facile. Una volta ho litigato di brutto con Hansi Muller perché non mi dava la palla. Stavo per vincere la classifica cannonieri e lui tirava in porta, anziché passare».
Però ha segnato nella finale di Spagna ’82.
«A volte ci penso e mi rendo conto di quanto sia stato fortunato: entrare, segnare e vincere: il massimo! Ci saranno 40 persone al mondo che possono raccontare di aver segnato in una finale».
Un dispiacere?
«Andarmene via dall’Inter: dovevo farlo, avevo litigato con Trapattoni. Ma è stata una sofferenza. Avevo ancora un contratto, l’ho stracciato. Ho giocato gli europei ’88 da disoccupato. Poi mi ha preso Boniperti alla Juve».
Senta Altobelli, celebri i 50 anni elencando le tre cose più importanti della sua vita.
«Al primo posto la famiglia: sono sposato dal 1974 e non mi sono ancora stancato. Al secondo il calcio. E la terza casella resta vuota: la riempirò nei prossimi 50 anni».