Un’altra giornata senza gare e in barca si ritorna all’antico

da Valencia

I vascelli dondolano pigramente: gli equipaggi si riparano sotto i tendalini, dormono, parlano dei loro desideri. Qualcuno già progetta nuove avventure, nuove sfide. Qualcuno ha già, alla terza regata, un impossibile bilancio pronto. Ieri, del resto, fin dal tenero mattino si è capito che era un'altra giornata no. Che più che con una regata il pomeriggio si sarebbe consumato nella solita attesa estenuante.
Sono giorni persi. Giorni di bilancio appunto. Se ne fanno per esempio in casa neozelandese: dopo la sonora sconfitta subita contro Mascalzone, l'equipaggio ha un poco rivisto il modo di lavorare. I kiwi sono, notoriamente, l'equipaggio del silenzio. A bordo ognuno sa quello che deve fare, nessuno parla se non il tattico che invece è una radio di bordo e continua a informare il timoniere di quello che succede attorno alla barca. Ci sono momenti in cui Barker guarda appena fuori o muove la prua e tutti gli altri fanno. Sanno che cosa fare. È del resto la scuola di Russell Coutts: se devi avvisare di quello che vuoi è già troppo tardi. Siamo ad alcuni anni luce da quanto è battuto su certi manuali, scritti per chi porta a bordo sacchi di patate inermi. Lo stratega di Emirates Ray Davies ha detto: «Dopo quella regata abbiamo deciso di tornare un po' indietro, di tornare alle basi della vela. Facciamo in modo che la comunicazione a bordo sia chiara e poi abbiamo deciso di regatare in modo semplice. Con tutti i dati che riceviamo a bordo attraverso le nostre strumentazioni, molte volte si corre il rischio di complicare le cose. Così, l'altro ieri abbiamo lasciato Dean Barker libero di vincere la partenza e di coprire l'avversario per il resto della regata». L'avversario non era proprio di quelli imbattibili. Su una Star, la barca olimpica su cui regatano Torben Grael e molti altri campioni che popolano i pozzetti (parola che indica una parte fisica della barca, ma anche la parte che prende le decisioni) non esistono strumenti elettronici: ci si contenta di una bussola, del naso e del sedere per sentire i movimenti della barca.
Su un Coppa America al contrario si viene bombardati dalle informazioni. Fino alla partenza della regata c'è una connessione con la pilotina che passa tutte le informazioni meteo. Il navigatore, sul suo schermo, ha una mappa del percorso su cui si può sovrapporre i dati ricevuti. Legge con una definizione vicina al metro la distanza dalla linea di partenza, dalle boe. Ci sono programmi che prevedono secondo la rotazione del vento come dividere la bolina, quanto navigare a destra, quanto a sinistra. Se non si spegne tutto per mancanza di tensione, si può finire ipnotizzati.
A cinque minuti dalla partenza c'è il massimo di frenesia: la radio gracchia le indicazioni dei gommoni, intanto però ci si prepara a staccare il cordone ombelicale, a spengere radio e collegamento. Si ha l'impressione che per i velisti sia un sollievo: finalmente soli con il mare e l'avversario. Ogni pozzetto è fatto di un timoniere, quello non manca mai, di un tattico che dovrebbe essere quello cui spetta la responsabilità del corpo a corpo con l'avversario, uno stratega, che dovrebbe invece occuparsi di comprendere i movimenti del vento, un navigatore che gestisce il computer.
A questi quattro uomini chiave, si aggiungono altri cervelli. È il caso di Francesco De Angelis su Luna Rossa e Grant Dalton su Emirates Team New Zealand, sono skipper naviganti ma non timonieri: ci sono, parlano, ma in realtà la barca è condotta dagli altri. Non è un ruolo passivo: è proprio il distacco dall'azione più immediata che consente loro di vedere una fotografia più completa della realtà e prendere buone decisioni. È anche il sintomo di come sia cambiata la vela: su molte barche il timoniere è semplicemente un componente dell'equipaggio, non è il leader.