Altre moschee? No, chiudete quella che c’è

di Magdi Cristiano Allam
Auspico che il primo atto della nuova amministrazione comunale di Milano sia un gesto altamente significativo all’insegna della legalità, della sicurezza e della civile convivenza. In campagna elettorale Moratti, Pisapia e Palmeri si sono detti favorevoli alla chiusura della moschea di viale Jenner a Milano, accogliendo la pressante richiesta del Comitato Jenner Farini costituito dai cittadini della zona esasperati dopo vent’anni di arbitrio giuridico e degrado ambientale (www.jennerfarini.org). Sfido ora il futuro sindaco ad ottemperare all’impegno assunto. Strappandogli un’altra promessa: garantisca la libertà religiosa dei cristiani originari dei Paesi islamici che anche a Milano, da un lato, subiscono aggressioni violente e intimidazioni, dall’altro non dispongono di adeguati luoghi di culto.
La moschea di viale Jenner va chiusa subito senza alcuna remora. Perché si tratta di una moschea nata nella più assoluta illegalità nel 1991, che a tutt’oggi risulta accatastata come magazzino, mentre svolge da sempre attività cultuale, assistenziale, di ristorazione pubblica, politica, culturale e persino scolastica. Rapidamente è emersa come la centrale del radicalismo islamico fino ad assurgere alla moschea più inquisita e collusa con il terrorismo islamico internazionale. Al punto che la sua guida religiosa negli ultimi 15 anni, l’imam Abu Imad, sta attualmente scontando in carcere una condanna definitiva a tre anni e otto mesi perché, si legge nella sentenza emessa dalla Procura di Milano, egli ha personalmente praticato il lavaggio di cervello ai fedeli trasformandoli in terroristi suicidi islamici e di cinque di loro abbiamo la certezza che sono andati da viale Jenner a farsi esplodere in Irak.
La moschea di viale Jenner va chiusa senza alcuna contropartita. Se lo Stato o le istituzioni locali dovessero sottomettersi al ricatto di chi prima commette un reato e poi esige in cambio una compensazione, sarebbe come premiare anziché sanzionare il reato, si tradurrebbe nella fine dello stato di diritto. Non è concepibile che un gruppo di fanatici islamici trasformino illegalmente un magazzino nella centrale del radicalismo islamico e le istituzioni dello Stato debbano farsi carico di garantire loro una grande moschea in cambio della chiusura di una sede illegale. Se dovessimo rinunciare al principio che la legge vale per tutti, se dovessimo accreditare la prassi che la certezza del diritto e della pena non si applica agli islamici, la conseguenza è che loro continuerebbero a concepirci come una landa deserta da occupare e assoggettare al loro arbitrio.
Ecco perché dico all’esperto di diritto Pisapia che è assolutamente sbagliato creare un nesso tra la chiusura della moschea di viale Jenner e il concedere ai gestori che hanno violato la legge una sede alternativa. In Italia la libertà religiosa è ampiamente garantita, così come emerge dal fatto che ci sono complessivamente circa 900 luoghi di preghiera islamici di cui almeno 8 a Milano. Se i fedeli che frequentano la moschea di viale Jenner fossero semplicemente interessati a pregare, perché non si recano negli altri luoghi di culto esistenti a Milano? La verità, così come emerge dalla condanna definitiva dell’imam Abu Imad che non a caso capeggiò l’occupazione di piazza Duomo il 3 gennaio 2009 quando circa 2mila islamici ostentarono in modo provocatorio la preghiera collettiva di fronte al simbolo della cristianità, è che più che alla preghiera questi islamici sono interessati a sottometterci al loro Allah e alla sharia, la legge coranica.
Se ci vogliamo del bene dobbiamo affrancarci dall’ideologia del relativismo religioso, del buonismo e dell’islamicamente corretto che ci riduce a essere più islamici degli islamici. Pisapia e il cardinale Tettamanzi sappiano che anche se dovessimo regalare loro una grande moschea, gli islamici si scannerebbero tra loro per aggiudicarsi il monopolio della sua gestione perché dai suoi esordi l’islam è una religione divisa e in conflitto al suo interno. Se a oggi lo Stato non è riuscito a stipulare un’intesa con la comunità islamica, come previsto dall’articolo 8 della Costituzione, si deve esclusivamente all’incapacità dei musulmani di accordarsi su una rappresentanza unitaria.
Rivolgendomi direttamente al cardinale Tettamanzi gli dico che se ha veramente a cuore la libertà religiosa, prima di preoccuparsi degli islamici e delle moschee, si occupi in primo luogo di garantire il diritto alla vita, alla dignità e al culto dei cristiani originari di Paesi islamici che a Milano vivono nella paura. Cito due fatti per essere esplicito. Circa un mese e mezzo fa un sacerdote egiziano cattolico è stato aggredito da un gruppo di islamici, provocandogli la frattura del polso e dell’avambraccio che l’ha costretto ad andare in ospedale e a stare per 40 giorni con il gesso. La sua colpa è di aver battezzato alcuni musulmani che a Milano hanno scelto di abbracciare la fede cristiana. Il sacerdote ha a tal punto paura che preferisce non parlare del fatto e ha preso la decisione di non battezzare più alcun musulmano. Si sta comportando come se fossimo non a Milano, non in uno Stato libero e democratico, ma nella Kabul dei Taliban dove vengono automaticamente condannati a morte sia il musulmano che rinuncia all’islam sia il cristiano che lo converte.
Il secondo fatto riguarda una donna cristiana copta ortodossa, fuggita vent’anni fa dall’Egitto dopo essere stata sfigurata al volto dal lancio dell’acido da parte di terroristi islamici che l’ha costretta a subire ben 15 interventi chirurgici, e che ora si ritrova a essere regolarmente minacciata di morte da estremisti islamici a Milano. L’attendono sotto casa o al mercato e le dicono: prima o dopo ti ammazzeremo sporca cristiana! Così come ricordo al cardinale Tettamanzi che a Milano ci siano dei cristiani originari dei Paesi islamici che pregano in seminterrati alla stregua delle catacombe. Diamo loro dei luoghi di culto dignitosi prima di richiedere ad alta voce e in modo ossessivo una grande moschea a Milano.
Per l’insieme di queste ragioni la chiusura immediata e incondizionata della moschea di viale Jenner rappresenta il banco di prova della capacità della nuova amministrazione di Milano di affermare legalità, sicurezza e civile convivenza.