Altre "nubi" sul futuro della Metro C

Dopo la decisione di spostare la fermata "Venezia" per i ritrovamenti
archeologici, aumentano i dubbi sulla fattibilità dell’opera. L’abbassamento della volta sulla linea A a San Giovanni sarebbe dovuta proprio ai lavori della nuova tratta

La fermata «Venezia» della futura metro C, come anticipato ieri, dovrà essere spostata altrove così come il previsto nodo di scambio con la linea D. Il motivo - per terminare il riassunto della precedente puntata - è il ritrovamento durante i sondaggi archeologici di un «impianto produttivo per vetro e ceramiche di età tardo-medievale di particolare interesse e rilevanza storica». Si tratta dello stesso rudere che è ben visibile nella foto apparsa su un altro quotidiano già il 25 marzo scorso - a contorno, per ironia della sorte, della notizia del prolungamento della «C» fino a Grottarossa - e di cui è sufficiente osservare l’imponenza per avanzare seri dubbi circa la fattibilità di una stazione nella stessa area.
Ma altri interrogativi sul futuro della «terza linea» emergono spulciando i famosi rapporti interni circa l'avanzamento dei lavori, oltre che da alcuni pareri tecnici. In particolare, da uno di questi ultimi affiora una clamorosa ipotesi sull’episodio avvenuto mercoledì notte nel tunnel della linea A all’altezza di San Giovanni, dove alcuni operai si sono accorti che uno dei blocchi di cemento che rivestono la volta della galleria, si era abbassato di dieci centimetri. Scoperta che ha determinato la chiusura per molte ore della linea, nel tratto Arco di Travertino-Termini, con enormi disagi per migliaia di utenti.
«Non è da escludere a priori - sostiene un esperto - che la parziale frana della volta sia stato causata dai lavori nei vicini cantieri della «C». In quella zona esistono cavità sotterranee disposte anche su tre livelli, che in alcuni casi sono state riempite con i materiali di scavo. Se si disturba un terreno dalla morfologia così delicata, si rischiano cedimenti dei fabbricati anche a centinaia di metri di distanza».
«Caso San Giovanni» a parte, sono altri due gli aspetti che non convincono. Il primo è relativo alle tratte T6A e T7 e Deposito Graniti (Alessandrino-Pantano): nel bollettino del 17-30 gennaio si parlava della conclusione dell’istruttoria e della «necessità di apportare al progetto alcune integrazioni e approfondimenti», per le quali il Contraente Generale si impegnava a provvedere entro la prima settimana di febbraio.
Il 9 febbraio il Consorzio consegna così i progetti definitivi delle due tratte per le quali, come recitano gli ultimi due report, «è ancora in corso l’istruttoria sulla congruità economica».
Si stanno valutando i costi insomma. Peccato che non se ne sappia nulla di più e che questa parte del rapporto manchi nel testo pubblicato sul sito internet di Roma Metropolitane. (...)