Altri aumenti ai distributori, il caro benzina «gela» i consumi

Super senza piombo a 1,295 euro il litro. Gli esperti: le conseguenze sull’inflazione saranno limitate. Attesi per oggi i dati Istat

Rodolfo Parietti

da Milano

Spinto dalla forza dell’uragano Katrina, il petrolio sgretola anche il muro dei 70 dollari il barile. Cade un’altra barriera psicologica importante, ma già gli analisti ragionano in prospettiva e scommettono che il greggio, entro il 2006, punterà con decisione verso il traguardo dei 90 dollari.
L’ultima tappa bruciata ieri dall’oro nero nella sua corsa al rialzo (schizzato fino al record assoluto di 70,80 dollari prima di ripiegare in serata) è la spia più evidente dello stato d’allarme scattato in seguito al passaggio del ciclone sul Golfo del Messico, là dove viene raffinato il 30% del petrolio statunitense. La Casa Bianca ipotizza infatti un ricorso alle scorte strategiche Usa, mentre l’Opec non esclude di aumentare la produzione di altri 500mila barili al giorno.
L’esperienza dell’uragano Ivan, transitato lo scorso anno sulla stessa area, insegna del resto che le ripercussioni sull’offerta sono tutt’altro che marginali. Allora, l’attività delle piattaforme off-shore fu fortemente condizionata per mesi e la conta dei danni, alla fine, portò a un bilancio disastroso: sette piattaforme fuori uso e 100 oleodotti sottomarini danneggiati. Un colpo quasi mortale all’industria della raffinazione americana che il mercato, puntualmente, registrò con un rialzo dei prezzi.
Rispetto allo scorso anno, le potenzialità distruttive di Katrina sembrano perfino superiori. Le principali compagnie che operano nella zona hanno evacuato 600mila barili, ma le prime stime hanno calcolato che la capacità di raffinazione ha già subìto una riduzione di circa un milione di barili, un calo sufficiente - è il parere degli esperti - a proiettare nei prossimi giorni le quotazioni del greggio fino a quota 75 dollari e a mantenere perturbata la situazione sui mercati per almeno un paio di settimane, il tempo necessario a smaltire l’effetto-disastro. Certo, uno stop all’attività delle piattaforme non temporaneo, altre raffinerie costrette a chiudere (oltre alle otto che già l’hanno fatto) e un aggravamento dei problemi di scarico nel porto di New Orleans, avrebbero ripercussioni ben superiori sui prezzi. A maggior ragione se si considera che le carte meteorologiche segnalano il prossimo transito di altri sette-otto uragani e che la stagione dello stoccaggio di gasolio da riscaldamento è quasi alle porte.
È dunque probabile che il presidente George W. Bush decida di attingere agli stock strategici di greggio (sempre che i danni provocati da Katrina non siano inferiori al previsto), un intervento già sperimentato nel 2004 proprio per fronteggiare Ivan, nel tentativo di attenuare l’impatto dei danni provocati dal ciclone sui prezzi dei carburanti, la causa principale del peggioramento del clima di fiducia tra i consumatori americani e del calo delle vendite al dettaglio. La decisione della Casa Bianca potrebbe calmierare le quotazioni, così come un’eventuale decisione (che comunque non arriverà prima di settembre) da parte dell’Opec di alzare di un altro mezzo milione di barili al giorno la produzione a quota 28 milioni. Il ministro del Petrolio saudita, al-Naimi, ha annunciato ieri che l’Arabia alzerà la propria produzione a 11 milioni di barili. Per gli analisti, tuttavia, si tratta di misure che non invertiranno la tendenza rialzista di fondo, destinata a portare le quotazioni entro l’anno prossimo fino a 90 dollari il barile. Con conseguenze oggi difficilmente immaginabili sulle economie dei Paesi più industrializzati.