Altro bluff su Minzolini: allontana gli spot

I dati "creativi" di Corriere e Repubblica: persi tre milioni di ricavi. Il direttore: "Io meno libero di Santoro, ma lui passa per martire"

La matematica è un’opinione quando si manipolano i numeri a proprio vantaggio. Italianissimo sport nel quale si sono cimentate ieri anche Corriere della Sera e Repubblica. Nel mirino è finito il direttore del Tg1 Augusto Minzolini, già tacciato di parzialità filogovernativa dall’Agcom (anche in questo caso con dati opinabili, tipo i servizi su Montecarlo accreditati al Pdl e le accuse di Fini a Berlusconi pure, vai a capire perché...) e ora vittima dell’inquietante accusa di tenere lontano gli sponsor dal telegiornale delle 20.

Prove, zero. Si tratta di «dati non ufficiali» o, come dice il Corriere, di «rielaborazioni parziali a campione». Stupendo. Cosa dicono questi dati a campione? E soprattutto, da chi arrivano? Sono «voci che filtrano», ma non dossier, mentre la concessionaria della pubblicità di Viale Mazzini, la Sipra, parla di cifre «fuorvianti», ma Repubblica, e qui si capisce perché, insiste. Sono voci catturate da quel segugio di Matteo Orfini, responsabile informazione Pd. Il mezzo è il messaggio, direbbe chi mastica di tv, ma tant’è.

Secondo questo bizantinismo delle «stime a campione non ufficiali» il Tg1 ha perso qualcosa come 5mila secondi di pubblicità, pari a 3 milioni di ricavi nel trimestre luglio-settembre. Guarda caso proprio il periodo sanzionato dall’Agcom. Mentre il Tg2 guadagnerebbe 9 punti e il Tg3 uno. Poi Repubblica è costretta ad ammettere che «nell’ultimo mese il Tg1 è il più seguito, ha recuperato gli ascolti, supera stabilmente il Tg5 e viaggia intorno al 27-28 per cento di share». E allora? Allora si prendono i dati che circolano, si mescolano e il gioco è fatto. Lo spiega lo stesso Corriere della Sera.

«La Rai non inserisce notoriamente spot nei notiziari, quindi è tecnicamente scorretto parlare di “pubblicità” per un tg. Ma i tre spazi prossimi al Tg1 delle 20 (19.56, dopo il lancio dei titoli, 19.58 e alla fine, 20.28) sono legati a quella testata», e in quella forbice temporale sarebbero più bassi, anche perché pare che anche il Tg7 di Mentana abbia rubato qualcosina. Pare, visto che di ufficiale non c’è niente.
Anzi no, c’è l’arrabbiatura di Minzolini, che si è confidato al settimanale Mondadori Chi, in edicola oggi. «Sono meno libero di Michele Santoro, eppure il martire è lui... Un dipendente che attacca la sua azienda - sottolinea - è scorretto dal punto di vista etico. La scorsa estate stava trattando una buonuscita per milioni di euro. Ha scelto di fare il suo programma e così è stato. Poteva avere l’una o l’altra cosa. Le sembra che si possa parlare di censura?».

Dall’opinione matematica al doppiopesismo sinistro. «Santoro più che informazione fa spettacolo, può dire ciò che vuole e può far parlare Travaglio contro chiunque senza contraddittorio mentre io non dovrei parlare nel mio Tg generalista, il più visto dagli italiani. Non insulto nessuno, nei miei editoriali in video anticipo i dibattiti ma vengo attaccato. Quando li faceva Riotta, prima di me, non se ne accorgeva nessuno. Li ho fatti io ed è stato il boom: se non ci fossi dovrebbero inventarmi!».

Ai colleghi competitor Minzolini ammette di invidiare qualcosina («Vorrei avere Striscia la notizia come traino ma da un anno batto l’amico Mimum come non accadeva dal 1998»), riserva una frecciata all’ex conduttrice pasionaria Maria Luisa Busi («I suoi ascolti su Raitre? Lasciamo perdere...»), ricorda con nostalgia il suo passato di attore per Nanni Moretti («La mia battuta era così scema che mi rifiutavo di impararla, l’ho ripetuta 24 volte»), poi ammette: «Su due argomenti vado cauto: la salute e la giustizia, perché attraverso quella puoi condizionare la libertà di una persona». Forse anche con i numeri.
felice.manti@ilgiornale.it