Altro che api estinte, miele da record

Un anno fa i difensori della biodiversità lanciarono l’allarme: "Sciami
dimezzati per colpa dei pesticidi". Ora si scopre che gli alveari non
hanno mai fornito un prodotto tanto abbondante e buono come quest’anno

L’anno scorso le orecchie degli ambientalisti cominciarono improvvisamente a fischiare. Nell’aria c’era uno strano ronzio. Un’ape? Macché. A leggere gli allarmati resoconti di certi giornali (vedi i titoli riprodotti a fianco), le uniche api in grado di sopravvivere sarebbero state l’Ape Maia e l’Ape Piaggio. Tutte le altre - vale a dire quelle che producono il miele - erano date per spacciate, «trucidate da clima e pesticidi».

A qualcuno l’annunciata «ecatombe di insetti» apparve un po’ esagerata. Ma chi si azzardava a esprimere riserve sulla reale entità della «strage negli alveari», veniva subito zittito con titoli effetto-pungiglione: «Le api sono dimezzate, senza impollinazione frutta a rischio»; e poi: «Sciami a rischio estinzione, colpa dei fertilizzanti»; fino al nefasto: «La strana morìa delle api italiane. Sterminate dai nuovi insetticidi». E c’è stato addirittura chi ha riesumato una presunta profezia di Einstein: «Attenzione, se le api spariscono, all’uomo restano 4 anni di vita».

Dopo un’indagine a volo d’angelo (anzi, a volo d’ape), gli «esperti» avevano individuato, con certezza, il «killer»: «All’origine della morìa, la diffusione di sementi trattate col Fipronil». Questo in Italia, ma anche dall’Europa arrivavano notizie tristi: «Già perse quattro varietà su cinque di miele»; per non parlare degli Usa: «Un virus uccide le api. È lo Iapt israeliano».

Peccato (per i catastrofisti) che oggi si scopra che in Italia, in Europa e parzialmente anche in America, nel 2009, la produzione di miele passerà alla storia come un’annata record «sia sotto il profilo qualitativo che quantitativo». Come dire: mai tanto miele e mai così buono. Alla faccia degli api-iettatori che davano le nostre amiche, in tournée di fiore in fiore, già belle e spacciate.

Il bilancio dell’Osservatorio nazionale del miele è dolcissimo: «Finalmente una buona annata per il miele italiano: le produzioni sono state generalmente abbondanti, la qualità dei mieli elevatissima e le varietà disponibili sempre più numerose».

Scusate, cari ambientalisti, ma non avevate detto che le api avevano le ore contate e che la Nutella avrebbe sostituito in toto i vasetti Ambrosoli? Balle. E in futuro le cose andranno ancora meglio: si stima infatti che la produzione nazionale di miele per il 2009 sarà superiore a 20mila tonnellate contro una stima sulla capacità produttiva consolidata negli anni precedenti alla grande crisi del 2008 pari a 13-14.000 tonnellate. La verità è che, ciclicamente, i soliti «difensori della biodiversità» chiedono a gran voce l’abolizione degli antiparassitari, dimenticando che non vi è alcuna giustificazione scientifica per abbandonare l’uso di antiparassitari chimici, ma che, anzi, vi sono tutte le ragioni per continuare a investire in ricerca per il loro sviluppo e miglioramento. Non a caso molti ricercatori considerano gli agrofarmaci uno strumento indispensabile per accrescere la produzione agricola in modo sicuro ed ecologicamente accettabile.

Ma torniamo al miele. Si può dire che prende corpo una nuova tendenza dell’apicoltura italiana, impegnata da qualche anno a migliorare sì la qualità ma soprattutto a produrre mieli monoflora - cioè prodotti dalle api con il nettare di una sola specie di piante - sempre più puri e particolari. Tutti conoscono il miele di acacia o quello di castagno, quello di eucalipto o quello di agrumi, ma pochi sanno che ormai sono centinaia gli apicoltori che si sono specializzati nella produzione di mieli monoflorali particolari o rari, strettamente legati al territorio di produzione. E così si vedono sempre più spesso mieli come quello di timo, prodotto sui monti Iblei della Sicilia, di cardo o di asfodelo raccolti in Sardegna, di rododendro raccolto sui prati alpini o di rosmarino della costa ionica.
Da Nord a Sud, la nostra colazione è salva.