Altro che colluso: Maroni arresta il superboss

Preso il latitante Iovine, mente affaristica dei Casalesi. Il ministro dell’Interno dimostra l’impegno del governo contro la criminalità: "È l’antimafia dei fatti". I complimenti di Berlusconi. Saviano: "Aspettavo questo giorno da 14 ann". Ma, dopo il fango, niente scuse

E ora chissà se Roberto Saviano si scuserà con Roberto Maroni. Chissà se andrà in televisione a dire: mi ero sbagliato. Chissà se lo ringrazierà per avergli fatto vivere «un giorno atteso da 14 anni». Sì, ha usato proprio queste parole.

Come non capirlo, d’altronde. Antonio Iovine detto O'ninno era uno dei due grandi capi dei Casalesi ovvero del clan della camorra descritto con straordinaria forza narrativa nel libro Gomorra. Aveva 46 anni, era uno dei trenta ricercati più pericolosi d’Italia, la mente affaristica del clan. Intelligente e spietato. Imprendibile, fino a ieri. La caccia era in corso dal 1996. È finita in un appartamento di Napoli, dove è stato sorpreso dagli agenti della Squadra mobile, al termine di un’operazione lunga e complessa. Delicatissima.

Un colpo straordinario. E inatteso. Saviano gioisce: «L’arresto di Iovine rappresenta un passo fondamentale nel contrasto alla criminalità organizzata», detta alle agenzie di stampa. Bene, giusto, bravo. Ma di chi il merito? Delle forze dell’ordine e di chi le guida da Roma. Ma questo Saviano non lo dice. E anche questo è comprensibile.

Già, perché il giorno «atteso da 14 anni», tanto è durata la latitanza, gli è stato regalato dal ministro che lo stesso Saviano, poche ore prima, in un’intervista a Repubblica aveva paragonato a Sandokan Schiavone, com’è chiamato l’ex super boss dei Casalesi, per aver chiesto allo scrittore di ripetere le stesse cose dette lunedì sera in tv guardandolo negli occhi. Saviano aveva accusato Maroni di aver usato le stesse intimidazioni e lo stesso linguaggio dei boss della camorra. E, sempre Saviano, aveva ribadito che la Lega al nord non solo non combatterebbe la ’ndrangheta, ma ne sarebbe di fatto complice.

Accuse gravi, che in un primo momento erano parse quasi profetiche o comunque fondate, quando, in mattinata, la Dia, con tempismo davvero singolare, nel rapporto semestrale al Parlamento ha lanciato l’allarme proprio sulle infiltrazioni mafiose nel Settentrione. Un uno-due perfetto. Che però è svanito nel nulla. Le accuse di Saviano, nel primo pomeriggio, hanno cambiato connotazione diventando imbarazzanti.

Se Maroni e se la Lega fossero davvero complici o succubi della ’ndrangheta avrebbero fatto finta di combatterla, anziché affrontarla sul serio. Anche per Maroni quella di ieri è stata una «bellissima giornata».

Anzi, «da incorniciare». Come però tante altre. Come il primo luglio, quando vennero arrestati, proprio a Milano, 15 membri del clan Valle. O l’8 luglio quando fu preso il boss dei scissionisti della camorra Cesare Pagano. O il 14 luglio quando in un blitz finirono dentro 300 esponenti di spicco della ’ndrangheta. O, un anno fa, quando furono presi i boss mafiosi Gianni Nicchi e Tanino Fidanzati. L’elenco è lunghissimo. «Questa è l’antimafia dei fatti», l’ha definita Maroni, e che «dimostra il successo del governo nella lotta alla criminalità», come ha commentato Berlusconi. E in ogni caso frutto di un impegno corale che vede governo, forze dell’ordine, magistratura fianco a fianco, senza distinzioni politiche. E, soprattutto, senza polemiche strumentali.

Saviano non è certo il primo a denunciare l’infiltrazione della malavita organizzata nel Nord Italia. Prima di lui, altri, ben più autorevoli, lo hanno fatto. Il problema esiste ed è molto serio. Se non contrastato rischia davvero di inquinare il tessuto sociale del Nord Italia, senza che i cittadini ne siano consapevoli. Ma il tema va trattato con correttezza e onestà intellettuale, senza approfittare del palco televisivo per propinare un sillogismo infondato, quello secondo cui la Lega è complice della ’ndrangheta; sapendo che nessun partito è immune dal contagio e che tutti dovrebbero alzare le barricate, senza distinzioni tra destra e sinistra.

Alla fine contano i fatti, chiarissimi. Maroni combatte davvero la criminalità organizzata. E merita le scuse di Saviano. In diretta tv.