Altro che comici, gli scrittori da ridere sono gli umoristi

Si parla molto dei libri «alla Zelig» (ma il settore ormai è saturo). L’arte dell’ironia, però, è un’altra. Dopo i «vecchi» maestri Guareschi e Campanile, ecco le nuove leve di un genere da rivalutare

L’editore Angelo Fortunato Formìggini dimostrò come nessun altro che il comico è l’altra faccia del tragico. Si suicidò il 29 novembre del 1938, buttandosi dalla torre Ghirlandina di Modena per protesta contro la promulgazione delle leggi razziali. Lui che per tutta la vita aveva coltivato la goliardia come forma di cultura alta. La «filosofia del ridere», la chiamava. Quella mattina incontrando un amico gli disse: «Salgo lassù per la scala; scenderò dall’esterno, sarà meno gravoso». La sua collana “Classici del Ridere” dal 1913 al 1938 aveva pubblicato 105 volumi, dalla Prima giornata del Decamerone di Giovanni Boccaccio al Satyricon di Petronio Arbitro, dal Tristram Shandy di Laurence Sterne alla Secchia rapita di Alessandro Tassoni. Come ricorda Antonio Castronuovo nell’accurata biografia Libri da ridere. La vita, i libri e il suicidio di Angelo Fortunato Formiggini (Stampa Alternativa), Formìggini sosteneva che «nulla è più umano del ridere, nulla è più fautore di affratellamento in questo mondo di cani ringhiosi».
E oggi? Oggi che i generi si definiscono a compartimenti stagni (il giallo, il thriller, l’erotico e così via) lo scaffale della narrativa umoristica appare allo stesso tempo come uno dei più affollati e dei più confusi. Questo a causa della contiguità con il genere comico televisivo, direttamente esportato su carta per evidenti ragioni di marketing. Però un conto è raccogliere battute, un conto scrivere romanzi. Pensiamo al caso dell’insuperato Giovanni Guareschi o di Achille Campanile, a lungo snobbati come scrittori d’evasione e di calibro minore ma che costantemente ristampati non avendo mai perso il favore del pubblico.
A lui si rifanno parecchi degli autori di stampo umoristico di questi ultimi anni, alcuni dei quali e non certo per caso, lavorano in televisione. Lorenzo Beccati, autore da oltre vent’anni di trasmissioni d’intrattenimento e satira, come Drive In, Striscia la notizia e Paperissima, lo indica come uno dei suoi numi tutelari, insieme ad Anton Germano Rossi, autore tra gli altri del libro di culto Porco qui, Porco là (Bietti, 1966). «Penso soprattutto al Campanile del teatro dell’assurdo, quello delle tragedie in due battute. Ma tra i miei modelli ci sono anche il Magnus di Bestie, Marcello Marchesi e Federico Fellini», spiega Beccati. «La scrittura umoristica è una scrittura che deve farti ridere dentro, solleticarti qualcosa nell’intimo. Come una piccola scossa elettrica».
Il meccanismo della scrittura umoristica ha in effetti molto in comune con quello della costruzione della battuta comica. In particolare un certo senso di spiazzamento del lettore (quello che, a livello più banale, si trova nelle barzellette). Beccati lo dimostra nell’ultimo suo libro, uscito a inizio estate: Il santo che annusava i treni (Kowalski). Il protagonista è un facchino di una stazione dell’entroterra ligure, affetto dalla sindrome di Tourette e quindi “indemoniato”, che si trova, suo malgrado, a compiere miracoli. L’autore, puntando apertamente sul paradosso, chiave della comicità, dimostra di essere uno dei migliori scrittori umoristici in circolazione, ma non il più conosciuto. Forse perché ad altri la definizione va stretta. A Stefano Benni, per esempio, che appena può ne prende le distanze. Mentre altri, come Luciano De Crescenzo, ce lo hanno detto chiaro: «Per me è importantissima la leggibilità». Dove leggibilità è sinonimo appunto di leggerezza. Che molti critici preferiscono scambiare per superficialità. Anche Paolo Villaggio, non senza un certo gusto provocatorio ama accostare la propria vis comica a quella di grandi narratori classici come Gogol o Checov. Il che può fare appunto, sorridere, ma non c’è dubbio che Fantozzi sia, a modo suo, un classico dell’umorismo.
Lo sanno bene, avendone appreso la lezione, autori surreali ma precisi nel linguaggio come Maurizio Milani (La donna quando non capisce s’innamora, e In amore la donna vuole tribolare, entrambi Kowalski) e Natalino Balasso (L’anno prossimo si sta a casa, Mondadori). La cattiveria fa ridere, eccome.
Tutta gente che fa tv. Del resto in tv si scrive per frasi veloci, in modo asciutto, risparmiando sulle parole. È quello che ammette di fare anche Gianni Fantoni, attore comico e autore di Breve ma utile guida alla pigrizia e Breve ma utile guida a Tokyo (Zelig). «Sono abituato da anni a lavorare con la faccia e il corpo - ammette - ma non ho mai sottovalutato il potere evocativo della parola».
D’accordo, non siamo alle vette teatrali di Goldoni o Pirandello, ma l’intento è chiaro: far ridere e possibilmente far pensare nello stesso tempo. Questo spiegherebbe una correzione di tiro nella produzione della casa editrice Kowalski, diretta da Gino e Michele, che sentono forse di aver saturato la misura con l’iperproduzione targata Zelig, e si preparano a sfornare più romanzi di taglio tradizionale, come quello appena uscito di Roberto Grassi, La ricreazione è finita, che si propone una rilettura critica nientemeno che degli anni di piombo.
Esisterà in Italia un autore paragonabile all’inglese P.G. Wodehouse? Uno in grado di fotografare con ironia e levità anche i turbamenti delle classi sociali apparentemente più spensierate? C’è un dilemma a monte di tutto questo: «Quello che il mercato vuole è il rapido consumo», sintetizza Gabriella Ungarelli, direttrice dal 1991 della Collana Umoristica Mondadori. E nel rapido consumo i romanzi rientrano a fatica e a malapena. «È difficile, in questo campo, proporre qualcosa di nuovo». Più che altro è difficile distinguere. Può un battutaro essere anche uno scrittore? Sì, se è Woody Allen. Ma nel nostro Paese, e nella nostra lingua, penne così non se ne trovano. Luciana Littizzetto, tanto per fare un esempio, scrive fiction, satira sociale o umorismo da spiaggia? O magari ha cercato (e trovato) una strada per fondere tutt’e tre le cose?
Ci sono autori di talento come Piero Degli Antoni (Sarò sincero, Bompiani), che hanno cambiato genere e sono passati al giallo. C’è Massimo Lolli (Volevo solo dormirle addosso, Limina) che si fa apprezzare anche dal cinema. Ce ne sono altri che dimentichiamo, perché rintracciarli tutti è operazione vana. Ungarelli spende una parola in più a favore di Natalino Balasso e di Walter Fontana (Non ho problemi di comunicazione, Rizzoli), per stili particolari e padronanza della tecnica narrativa. Rizzoli spinge Lorenzo Licalzi, fortunato autore di Che cosa ti aspetti da me? Ne prendiamo atto. Però il suo libro precedente, Il privilegio di essere un guru (Fazi), non è che ci avesse fatto sbellicare. Dubitiamo che Licalzi tenga a essere incasellato nella categoria «scrittore umoristico».
Eppure diciamocela tutta: un libro che fa ridere è una cosa, un romanzo umoristico un’altra. Più difficile, più di nicchia, più per gente appassionata della lettura in sé. Vallo a trovare. Magari non è vero che la tv ha distrutto la voglia di leggere. Magari è vero che mai come oggi si sente il bisogno di ridere, ma anche di capire.