Altro che crisi, il governo vara le riforme

Con l’approvazione delle norme sulla privatizzazione dei servizi pubblici locali, il governo Berlusconi dà una chiara risposta a chi vorrebbe il premier in crisi, assorbito solo dai problemi che lo riguardano. Questi ci sono ed hanno carattere politico, prima che giudiziario, ma il cammino delle riforme ora viene ripreso, con determinazione, per un tema fondamentale di liberalizzazione, su cui è giusto porre la fiducia. Si tratta, infatti, di vedere chi è a favore e chi contrario alla liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Secondo l’articolo 15 del decreto Ronchi, entro il 31 dicembre del prossimo anno tutte le gestioni di tali servizi affidate a imprese interamente pubbliche, cessano di avere vigore. Le Regioni e gli enti locali avranno due strade. Una gara fra imprese, private e pubbliche per la gestione di tali servizi o l’attribuzione senza gara, ma con criteri di mercato, a società miste in cui il privato abbia almeno il 40%. L’«acqua» rimane un bene di proprietà pubblica, la raccolta dei rifiuti urbani rimane un compito comunale, ma la gestione di tali servizi può rimanere a imprese pubbliche senza gara soltanto se nella società vi è un socio al 40% scelto fra gli operatori del mercato. Spesso le imprese pubbliche locali non si contentano della gestione di loro competenza, ma si dedicano anche a compiti ulteriori, di natura genericamente ambientale, dati in appalto o svolti con altre società da loro dipendenti. Così l’Ama, che è l’azienda di gestione dei rifiuti di Roma, ha sotto di sé ben nove società di cui una - la Marco Polo spa - si occupa di pulizie degli edifici, mentre «Ama disinfestazioni» si occupa di derattizzazione e simili sia per il Comune sia per clienti privati e pubblici di ogni specie, e la Ecomed si configura come azienda di ingegneria meccanica in quanto progetta, realizza e gestisce impianti di termovalorizzazione. Ciò mentre «Ep Sistemi» - sempre controllata da Ama - ha il compito più propriamente di interesse pubblico di gestione di termovalorizzatori. Compito, però, che compete anche alla società «Ama Gest», oltre che rientrare nel ciclo completo di attività di Ecomed.

Questa estensione impropria di compiti del Comune nelle attività economiche, con la giustificazione del «pubblico interesse» è stata attuata dalle amministrazioni di matrice post comunista, sorrette da ambientalisti di ispirazione dirigista. In parallelo, nel 2006 il Comune di Napoli ha emanato un regolamento che dispone che «l’intero ciclo della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, nelle sue varie fasi, costituisce attività di pubblico interesse ed è sottoposto all’osservanza di criteri generali di comportamento stabiliti dal Comune». Sono al primo posto rigorosi criteri igienici e ambientali. Per tali ambiziosi compiti il Comune di Napoli si avvale di Asia (Azienda di servizi di igiene ambientale), un’impresa totalmente pubblica i cui risultati sono stati notoriamente fallimentari. La tesi degli ambientalisti che la liberalizzazione di questo settore danneggerà l’ambiente, considerando ciò che hanno fatto sin qui le gestioni interamente pubbliche, è palesemente errata.
Considerazioni non molto diverse si possono dare per l’acqua. Sui 7,6 miliardi di metri cubi erogati, registra annualmente una perdita di 2,3 miliardi a causa dei tubi troppo vecchi e con manutenzioni difettose. Occorrono grossi capitali ed è assurdo che vengano forniti col debito pubblico, mentre è possibile operare con il mercato.

L’Acquedotto Pugliese, che esiste da oltre cento anni ma solo da pochi è una società per azioni della Regione Puglia, ha un fatturato di oltre 500 milioni fra la società capo gruppo e quelle del gruppo e non si limita, secondo il suo statuto, a erogare l’acqua in Puglia, ma opera in Campania, Basilicata, Molise. E opera pure sull’intero ciclo, non solo sino alle acque reflue, ma anche nella progettazione e costruzione di impianti idrici ed idraulici e non solo in Italia, ma anche in altri Stati, ad esempio in Irak. Recentemente ha dovuto chiudere una sua società che doveva fare la capofila di un consorzio di imprese per un grandioso lavoro idrico nel deserto libico a Ghadames. Dunque si tratta di una grande impresa che però fa troppe cose rispetto ai suoi mezzi e ha bisogno di essere rilanciata e immessa nell’economia di mercato. Vendola la vuole per la Regione Puglia non perché l’acqua è un bene pubblico, ma perché si tratta di un grosso centro di potere e, purtroppo, anche di un carrozzone. Un voto di fiducia su ciò è salutare.