Altro che italiani d’America... Adesso l’America è degli italiani

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C’è più Italia a New York che in molte altre città italiane. C’è più
amore per l’Italia a Manhattan, Brooklyn, Bronx, Queens e Staten Island
che in molti quartieri delle nostre metropoli. Lo capisci passando
persino da turista, lo vivi rimanendo anche solo per poche settimane per
lavoro, te ne accorgi leggendo l’ultimo libro di Maurizio Molinari, <em>Gli
italiani di New York</em>
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Una volta chiesero a Don DeLillo: perché non ha mai imparato l’italiano? «Non volevano i miei genitori. Dovevo crescere come un americano. Era meglio così, integrarsi e lasciare alle spalle il resto». Essere italoamericano, a New York, era un orgoglio da vivere in silenzio, al chiuso, in un quartiere, in un isolato. Ancor meglio in casa. Oggi puoi urlarlo. Ti riempi la bocca: «Sono italiano». Lo dicono anche quelli che di italiano hanno solo il cognome, quegli italoamericani della stessa generazione dello scrittore di Underworld.

C’è più Italia a New York che in molte altre città italiane. C’è più amore per l’Italia a Manhattan, Brooklyn, Bronx, Queens e Staten Island che in molti quartieri delle nostre metropoli. Lo capisci passando persino da turista, lo vivi rimanendo anche solo per poche settimane per lavoro, te ne accorgi leggendo l’ultimo libro di Maurizio Molinari, Gli italiani di New York (Laterza, pagg. 288, euro 16). È un almanacco vissuto, un reportage attraverso i luoghi, le facce, le storie, le idee degli italiani di New York. Quelli che ci sono nati e quelli che ci sono arrivati. Attorno e dentro la Grande Mela ci sono tre milioni e mezzo di italiani: come se l’intera Roma avesse traslocato lì.
Non sono più gli italiani d’America, perché questa è l’America degli italiani. Non c’è più nulla della disperazione degli immigrati che sbarcavano a Ellis Island. Non c’è più neanche il riscatto e l’emancipazione. C’è tutto della creatività, della forza, della capacità di essere italiani comunque. Perché i figli dei figli dei figli di quelli che facevano la coda per entrare nel Nuovo Mondo hanno già svoltato: da Mario ed Andrew Cuomo, padre e figlio governatori dello Stato di New York, dal sindaco d’America Rudy Giuliani, da Carl Paladino che ha conteso l’elezione a Cuomo Jr. l’affermazione pubblica dell’Italia è diventata una certezza. Qui, in questa macrocategoria, ci sono anche i centinaia di nomi italiani di poliziotti o pompieri morti o sopravvissuti l’11 settembre 2001. È come se quella data sia stata l’ultima porta per farci entrare nella grande famiglia americana senza sentirci più i fratelli sbagliati. Però la nostra New York non è solo questo. Anzi forse non è più questo. È la città dell’italiano che la sceglie perché è il posto dove chiunque può sentirsi se stesso e quindi anche italiano pur vivendo da newyorkese.

È la Manhattan di Diego Piacentini, numero due di Amazon, dell’architetto e designer Gaetano Pesce, di Lamberto Andreotti, il figlio di Giulio, che in America ha trovato la sua strada fino ad arrivare a diventare numero uno del colosso chimico-farmaceutico Bristol-Myers Squibb, di Renzo Piano che era già una star, ma che a New York è diventato ancora più grande, del disegnatore-artista Matteo Pericoli che è entrato nelle case di una sessantina di “manhattanite” che contano, s’è affacciato alle loro finestre e ha disegnato la città che vedeva oltre i vetri: il libro che ne è venuto fuori è una chicca che senza parole racconta il nuovo italiano d’America. Quello che a New York vive per trovare qualcosa che non c’è altrove: un’idea, uno slancio emotivo, una spinta a provarci, oppure più semplicemente il posto dove un’idea che già c’era si può realizzare. C’è ancora quel senso di conquista, a New York. Banale, sì. Retorico, pure. Eppure incredibilmente reale.

Pericoli s’è affacciato anche alla finestra del professore-scrittore-regista-intellettuale Antonio Monda. È un altro pezzo dell’Italia di New York. «È l’unico italiano capace di far conversare informalmente sotto lo stesso tetto a Manhattan - come a Capri - registi, attori, scrittori e personaggi della cultura con le radici nei due universi a cui lui appartiene. Se la Book Review del New York Times gli ha dedicato un ritratto è perché nella sua casa Philip Roth ha incontrato Al Pacino, Salman Rushdie ha conosciuto Roberto Saviano e Renzo Piano ha pranzato con Meryl Streep. “Mi piace mettere assieme persone diverse (... ) mio padre Dante diceva che se tu mi dai una cosa e io te ne do un’altra, alla fine dello scambio ne abbiamo una ciascuna, invece se tu mi dai un’idea e io te ne do un’altra alla fine ne abbiamo due”».

Un salotto d’Italia che vale un mondo. Mondo’s Monda era il titolo del ritratto della Book Review. È un dettaglio, o forse no: anche la lingua racconta l’evoluzione. L’italiano non è più broccolino. È diventato un vezzo, a New York. Un segno di riconoscimento. Qualcosa di molto diverso da quello che i doppiaggi dei «Mafia Movie» ci hanno insegnato. È un orgoglio anche questo. Lo scrive Molinari: «In alcune famiglie, gli anziani vietano ai più giovani di vedere il film Il padrino perché lo considerano un vettore di trasmissione di pregiudizi anti-italiani molto nocivi, in sintonia con le denunce dei combattivi attivisti di Niaf (National Italian American Foundation) e Italian Citizens Foundation contro il serial tv Sopranos e il reality show Jersey Shore, accusati di portare sullo schermo l’immagine di un popolo di mafiosi e cafoni».

Il cliché di quell’Italia scomparirà anche dalla televisione. È un filone in esaurimento, è un fenomeno in scivolamento. Superato dalla realtà e travolto dal futuro. Per la letteratura è già successo. La fine di Salvatore Scibona è un piccolo manifesto dell’evoluzione dell’italianità in America. Sfuma sulle radici, accarezza le origini, sfiora il passato. Nostalgia, colori, sapori dell’Italia non sono più il tema centrale: sono diventati un affare privato. È scomparso il grande logorio psicologico dell’emigrante e dei suoi discendenti. C’è un Paese nel quale si vive e uno del quale ci si sente figli. Possono fondersi o rimanere separati: adesso è uguale, ora si può scegliere.