Altro che libertà e giustizia: Ingrao voleva la Luna rossa

Ruggero Guarini

Su Volevo la luna, l’autobiografia di Pietro Ingrao, sono giustamente fioccate recensioni di ogni tipo: benevole e impietose, rispettose e impertinenti, encomiastiche e denigratorie. Nessuna ha però sfiorato il delicato problema posto da quel titolo insieme orgoglioso e toccante: che cosa vuol dire, per Ingrao, volere la luna? Le tante lune che gli è capitato di volere nella vita sono forse sempre la stessa luna? Insomma che cos’è per lui la luna?
Lui crede, naturalmente, che la sua luna – quella che ha sempre sognato e che forse sogna ancora oggi – sia una bella luna piena di tante cose meravigliose: libertà, fraternità, uguaglianza, giustizia, socialismo, comunismo, società senza classi, pace perpetua – insomma il paradiso in terra. Si dà però il caso che tutte le lune che lui, nella sua lunga vita, ha di volta in volta sognato, avessero la faccia di qualche tiranno o tirannello nazionale o forestiero.
Stando così le cose, come si spiega allora che in questo suo bel libro di memorie, insieme alla tacita ammissione, implicita in quel titolo, del carattere appunto lunare di tutti i suoi sogni politici, si cercherebbe invano una sola riga dalla quale sia possibile dedurre che egli, pur mostrando di essersi accorto di aver preso sempre, in fatto di lune, puntualmente fischi per fiaschi, sarebbe contestualmente disposto ad ammettere di essere (in rebus politicis, s’intende) un poetico caso clinico?
Eppure, mentre scriveva queste sue memorie, ripercorrendo la storia della sua vita, quel che maggiormente avrebbe dovuto colpirlo è appunto il fatto che il suo inestinguibile amore per la pace e la libertà lo abbia indotto a innamorarsi sempre, volta a volta, di lune dal volto vagamente totalitario. Cominciò da ragazzino con una breve cotta per il duce e poi, caduto il fascismo, continuò imperterrito con le sue memorabili scuffie per Stalin, Togliatti, Mao, Fidel, Ho Chi Min, Pol Pot, Arafat, Khomeini, giù giù fino a Saddam. Che egli, da vero uomo d’onore e d’amore, provvide a consolare, nell’ora della sventura, inviandogli questo commovente attestato di affetto e di stima: «M’auguro ardentemente che il popolo iracheno resista all’aggressore con tutte le sue forze. Io ora vecchio non so fare nulla in aiuto degli aggrediti. Ma l’impunità per gli aggressori sarebbe proprio il peggio. Io sono pacifista, non un calabrache».
Presumibilmente quel che a quest’uomo impedisce di trarre dal catalogo delle sue passioni politiche una conclusione adeguata alla loro evidente portata di catastrofici abbagli è la sua natura di poeta. Che egli sia nato poeta, e che perciò sia obbligato a rimanerlo per sempre, è del resto provato dal fatto che tutti i suoi scritti e discorsi, sia quelli in versi che quelli in prosa, e non soltanto quelli giovanili bensì anche quelli senili, appartengono appunto – inoppugnabilmente – al genere poetico. Vi appartiene anche, ovviamente, questo libro di memorie. Nel quale, tuttavia, egli ha evitato con cura di riconoscere apertamente l’appartenenza di tutti i suoi scritti, compreso quest’ultimo libro, al genere poetico.
Perché questa ritrosia? I lunaioli, si sa, sono spesso pudibondi.
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