Altro che loggia: tutte le falle del "teorema P3"

Per gli inquirenti l’associazione segreta era dedita a influenzare i
vertici delle istituzioni. Ma le stesse ricostruzioni dei magistrati
svelano che i piani della &quot;cricca&quot; sono sempre andati in fumo. <strong><a href="/interni/verdini_sfogo_pm_ma_quale_cricca_io_ho_solo_perso_milioni/22-10-2010/articolo-id=481773-page=0-comments=1">Verdini ai pm</a></strong>: ma quale cricca io ho solo perso milioni

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Migliaia e migliaia di pagine. Depositate le ultime carte giudiziarie dell’indagine romana sulla cosiddetta «P3», la «cricchetta» che per i pm capitolini sarebbe stata una temibile associazione segreta, dedita a influenzare (invano) istituzioni, apparati politici e giudiziari. Siamo prossimi alla chiusura dell’inchiesta e alle richieste di rinvio a giudizio. Negli atti non c’è molto di più di quanto era già emerso, almeno dal punto di vista del teorema dei pm. Molte delle piste calcate con enfasi quando i presunti «vertici» dell’associazione (Flavio Carboni, Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino) finirono dietro le sbarre, sono rimaste piuttosto carenti quanto a concretezza. Di certo, non mostrano i segni di una riuscita azione di «deviazione» da parte della «P3» per perseguire i propri interessi.

EOLICO, NIENTE BUSINESS
Il filone-madre dell’indagine si risolve, ad oggi, con un presunto business sull’eolico messo in piedi da Carboni ma, in realtà, mai nato. Perché la Regione guidata da Ugo Cappellacci aveva avocato a sé il monopolio della gestione degli impianti dell’energia rinnovabile, beffando proprio Carboni. Che pensava d’aver messo un suo uomo (Ignazio Farris) a capo dell’Arpas senza sapere che quella poltrona in realtà era svuotata di qualsiasi utilità per il faccendiere e per i suoi presunti sodali, come spiega lo stesso Cappellacci ai pm il 16 luglio: «È vero che tra gli enti ai quali viene attribuita una qualche competenza nel procedimento di autorizzazione unica è compresa anche l’Arpas. Si tratta però semplicemente della partecipazione al procedimento per l’espressione di un parere non vincolante». Certo, i pm sostengono che l’esito sia frutto di una rapida corsa ai ripari, seguita a una fuga di notizie sull’inchiesta in corso. Ma, stando ai fatti, Carboni con l’eolico non s’è arricchito d’un euro.

IL LODO CHE NON PASSA
Tra le contestazioni che i pm fanno a Carboni e soci, c’è quella di aver tentato di influenzare il giudizio della Consulta sul Lodo Alfano, e di aver cercato una scappatoia anche per il contenzioso della Mondadori. Per i pm vi è stata un’attività di pressione dimostrata dalle intercettazioni, che se da un lato confermano come il trio-patacca fosse in grado di «raggiungere» alti magistrati, dall’altro mostrano i miserrimi risultati raggiunti, visto che nessuna delle «operazioni» andrà a buon fine. Quanto alle «strategie» per orientare la decisione della Consulta nate a pranzo a casa Verdini, c’è la smentita di tutti i partecipanti, a cominciare dal padrone di casa. «Se si è accennato al Lodo lo si è fatto nei termini in cui se ne parlava in quei giorni sui giornali»

IL NO DI CALIENDO
Il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, che a uno di quei pranzi a casa Verdini intervenne «per 40 minuti» nega categoricamente di aver sentito parlare del tema: «Finché sono stato presente non si è assolutamente parlato del Lodo Alfano (...) e neanche in seguito ho saputo delle iniziative di Lombardi dirette a conoscere o a interferire sui giudici costituzionali». Alla fine, come noto, la Corte costituzionale bocciò il Lodo Alfano, e le rosee previsioni della «cricchetta» andarono in fumo. Quanto al «Lodo Mondadori», proprio Arcangelo Martino nel suo ultimo interrogatorio, a settembre, rivela ai pm in che modo Lombardi decise di intervenire. «Quando ci fu questa cosa del Lodo Mondadori ci furono dei problemi e lui si recò presso la Cassazione, Lombardi, dopo pranzo e poi ritornò perché ci portò anche l’esito e disse che si era trovata un’idea di far mandare il Lodo alle sezioni riunite e che lì la cosa si sarebbe risolta». Manco a dirlo, non è andata così.

LA CONFESSIONE DI SICA

Anche le ipotesi investigative pensate per incastrare Cosentino quale mandante del dossier diffamatorio sulle abitudini sessuali di Caldoro, si sono ridimensionate. E da nazionale la questione hard è tornata locale. Questione che il presunto propalatore del dossier, Ernesto Sica, l’assessore dimissionato da Caldoro, spiega così ai pm: «Riconosco di aver fatto una sciocchezza e di aver preso parte a un tentativo di realizzare un’operazione di discredito che mirava a colpire la probabile indicazione del candidato e non la persona (...). Esisteva una relazione dove si enfatizzavano le chiacchiere che giravano sul Caldoro (...). Era una semplice relazione in cui avevo enfatizzato quello che dicevamo con Martino e che si diceva in giro su Caldoro». Cioè, che andava a trans. Ma non era vero. «Anche se a Verdini dissi che lo era». E lo disse pure a Berlusconi, per un tornaconto personale, «quando gli chiesi la mia candidatura a presidente della giunta regionale».