«Altro che museo siamo gli inventori dell’hard rock»

Dopo i concerti italiani, esce un cofanetto live. «I giovani cercano suoni perfetti, noi le emozioni»

Antonio Lodetti

da Milano

Andate a raccontarlo in giro che questo è paleorock. Raccontatelo ai fan che ieri e l’altro ieri hanno invaso il Palaghiaccio di Roma e il Palalido di Milano, a quelli che in quarant’anni hanno acquistato 100 milioni di dischi, passando da album storici come In Rock e Live in Japan al nuovo Rapture of the Deep; ditelo a quelli che si apprestano ad acquistare il cofanetto On tour (che raccoglie gli straordinari concerti del ’93 di Stoccarda e Birmingham) in uscita in questi giorni. Vi rideranno in faccia perché - nonostante rughe, capelli grigi e qualche chilo in più - i Deep Purple continuano ad alimentare il sacro fuoco dell’hard rock. «Saremo anche dei vecchietti, ma l’hard rock è invecchiato con noi - se la ride il bassista Roger Glover - e noi sappiamo come tenerne vivo il potenziale emotivo. Anche se suoniamo brani come Highway Star e Smoke On the Water non siamo una band da museo. Anzi, ai nostri concerti ci si diverte giocando tra passato e presente».
Questi ragazzacci terribili non temono la sfida del rock giovane, anzi, la loro bandiera è quel rock duro, innervato di blues, che si divertono a riportare periodicamente dalle strade della storia a quelle della cronaca. Il segreto? «Oggi i musicisti inseguono i suoni perfetti dimenticando le emozioni. Noi suoniamo chitarra, basso, batteria e tastiere, non computer. Poi molte band inseguono la popolarità ad ogni costo anziché l’ispirazione. E si prendono troppo sul serio, anche nel campo dell’hard rock; che è sì aggressivo, ma deve anche essere autoironico, stuzzicante, ruvido ma con un tocco sofisticato». Insomma il solito atteggiamento un po’ snob dei vecchi maestri contro il nuovo che avanza... «No, anzi. Abbiamo tracciato il solco che poi moltissimi hanno seguito. Quando uscì Gemini Suite nessuno pensava alle cosiddette contaminazioni tra rock, classica, folk, blues: oggi non si parla d’altro. E poi abbiamo in repertorio brani che tutti imitano. Continuiamo a metterci in gioco per amore del rock, ma con Smoke On the Water potremmo campare di rendita». Già, una semplice e magica canzone, con quel secco giro di accordi chitarristici definito da una giuria di musicisti «il più bel riff di tutti i tempi». «È nata per caso dall’esperienza vissuta. Eravamo a Montreux, in Svizzera, per registrare alcuni brani di Machine Head, quando all’improvviso il casinò prese fuoco. Una strana immagine, fuoco e fumo in contrasto col nero del lago. Una sensazione di inquietudine che è lo spirito della canzone».
Sarà anche amore per il rock, ma ci vuole un fisico bestiale per girare il mondo tra un palcoscenico e l’altro. I suoni sono sempre duri e puri come hard rock comanda, ma forse i ragazzi fanno una vita un po’ più tranquilla. «Non ci conterei troppo - ammicca Glover - ma non vogliamo tirare la corda. Siamo in tour da due anni ormai ed è tempo di fermarsi; per questo abbiamo anticipato i concerti italiani e tagliato alcune date. Ci dispiace per i fan, ma torneremo presto, forse addirittura in estate». L’ottava incarnazione dei Deep Purple prosegue così il suo viaggio nel rock vivendo come color che son sospesi tra il mito e il presente come prolungamento del buon tempo antico. «Non so se tornerà con noi Jon Lord; certo non lo farà Ritchie Blackmore ma per noi e per i fan non cambia nulla. Siamo un marchio scritto col fuoco nel rock and roll».