Altro che pillole, basterebbe un po’ di pazienza

La medicalizzazione della società, cioè l’illusione che ogni forma di sofferenza, di malessere, di disagio possa essere curata con la pillola giusta, è la tendenza più inquietante di questi ultimi anni. Essa è parte integrante della sottocultura del «tutto e subito», dell’idea cioè che ogni risultato che ci prefiggiamo non sia necessariamente figlio della dedizione, dell’impegno, dell’applicazione, ma possa essere ottenuto grazie a una scorciatoia: la strada più breve e meno irta che ci evita la fatica di soffrire, di fare sacrifici e di metterci in discussione.
Di esempi ce ne sono molti. Il caso del Prozac ai bambini - definitivamente sdoganato dall’Agenzia italiana del farmaco - ne è testimonianza evidente. Bisogna chiedersi: quanto costa ascoltare tuo figlio, rispondere alle sue domande, esserci, riconoscere un suo malessere, pensare a come poterlo risolvere, mettersi nei suoi panni, capire cosa pensa e cosa può volere, essere in quel momento lui? E quanto costa, invece, assolversi grazie alla diagnosi di un medico che ti dice che ha bisogno di un aiuto farmacologico per superare i suoi problemi? Il problema è tutto qui e si chiama delega educativa. A internet, alla televisione, a un farmaco, poco importa: l’importante è trovare qualcun altro o a qualcos’altro che ci sostituisca anche nei rapporti familiari ai quali più teniamo. Perché è la fatica a metterci paura.
Lo so, le generalizzazioni sono sbagliate. Chissà quante storie, quanti vissuti diversi e particolari si celano dietro la cosiddetta «sindrome da iperattività infantile», per la quale da ieri si possono prescrivere gli antidepressivi. Non nego che possano esserci patologie, ma è certo che una diagnosi psichiatrica, nel mondo disperato e indifferente di oggi, non la si nega più a nessuno. Neanche ai bambini.
San Patrignano si occupa da anni di droga e di percorsi educativi. Abbiamo recuperato e reinserito nella società oltre 20mila ragazzi ed ogni giorno abbiamo a che fare con grilli parlanti che ci spiegano che la tossicodipendenza è una malattia incurabile e che solo i farmaci possono controllarla. Perché è più comodo ed è anche un bel business vendere farmaci e gestire un sistema sanitario che cronicizza i drogati, mantenendoli nel ghetto dei centimetri cubi di questo o quel metadone, piuttosto che porsi il problema di un vero recupero degli uomini.
Molti medici sono vittima di questo equivoco: «In meno di cinque anni avremo vaccini che eviteranno ai tossicodipendenti possibili ricadute e a breve verranno usati farmaci antiepilettici che riducono il desiderio del consumo e gli effetti della sindrome da astinenza». Perfetto! In quel giorno, chi crede nell’educazione e sa che la depressione - che oggi colpisce anche i bambini - nasce molto più spesso di quanto è comodo credere da un disagio che riguarda soprattutto il mondo degli adulti, si accorgerà di avere sbagliato tutto. Si prepara un mondo «farmacologicamente» corretto. Festeggiamo.
*responsabile

della Comunità

di San Patrignano