Altro che sacrifici, Prodi cominci a fare economia

Premetto che non sono un indeciso e che il mio voto andrà come sempre al centrodestra. Premetto anche di essere un suo fedele lettore e di apprezzare i suoi scritti condividendoli. Faccio queste premesse per non sembrarle ostile se le dico che gli ultimi suoi interventi mi hanno lasciato perplesso. Mi riferisco al linguaggio a mio parere poco urbano che lei usa parlando di Prodi e al suo esplicito rifiuto di fare i sacrifici (cioè pagare le tasse) che Prodi ha annunciato agli italiani in caso di sua vittoria. Un vero liberale, questo è il mio parere, usa un linguaggio sempre corretto e adempie al suo dovere di cittadino pagando le tasse fino all’ultimo euro. Continuerò a leggerla e a stimarla, ma io la penso così.
Rodolfo Sassi - Torino

Sì, è vero, caro Sassi. Quando devo scrivere di Prodi e della sinistra in genere – cosa che capita di frequente di questi tempi – trascuro un po’ le buone maniere. Le cui nuove regole, però e tanto per cambiare, le ha stabilite lui, testa quedra (ecco, vede? Ci ricasco). Quando lo sento dire che il capo del Governo è un venditore di tappeti mi vien difficile riferirmi a Prodi come all’eccellentissimo e rispettato leader dell’opposizione. Quando sento – e l’abbiamo sentito da anni ogni giorno che Dio manda in terra – la sinistra politica e giornalistica dare del mentecatto o del gaglioffo, del minus habens o dell’eversore a chiunque abbia votato Berlusconi, per un po’ abbozzo, poi mi adeguo. Se il linguaggio ha da esser quello, come si dice? A brigante brigante e mezzo. Alle espressioni offensive e da trivio della sinistra noi del Giornale avremmo dovuto farci il callo, sa? Ci fu un tempo – e questo molto prima che Silvio Berlusconi ci desse una mano (diciamo le cose come stanno: ci desse le palanche senza le quali avremmo chiuso bottega), molto, moltissimo prima che si decidesse a scendere in campo – in cui fummo fatti oggetto di una canagliesca campagna a base di insulti, disprezzo e irrisione che investì anche i lettori. Ma a certe cose non ci si arriva a farselo, il callo. Così come allora teniamo botta adeguandomi, per quel che mi riguarda, al loro linguaggio.
Le tasse. Lei, caro Sassi, parla come un libro stampato: vanno pagate e fino all’ultimo centesimo. Si potrebbe pretendere che i nostri soldi fossero anche ben spesi, ma poi arriva una Rosy Bindi al ministero della Sanità e ti rendi conto che sarebbe chiedere troppo. Pagare dunque si paga, ma a tutto c’è un limite. Quando già cinque mesi e mezzo del frutto del nostro lavoro annuo se ne va, come va, in tasse, bisogna avere nervi d’acciaio per non prendere a male parole chi ti chiede nuovi sacrifici, la qual cosa vuol sempre dire altre gabelle. Come mai la sinistra che governa o intende governare manifesta immancabilmente questa insaziabile auri sacra fames? Ma dico, l’abbiamo scordato il blitz del governo Amato che nella notte fra un sabato e una domenica (le ore care ad Arsenio Lupin) prelevò il 12 per cento da ogni conto corrente bancario, in pratica infilando le sue manacce nelle nostre tasche, nei nostri portafogli? Una rapina di Stato e di uno Stato governato dalla sinistra. Adesso è il turno di testa quedra, anche lui incapace di prefigurare una azione di governo che prescinda da scippi e stangate. E questo nonostante il contribuente abbia già dato e seguiti a dare ben oltre il ragionevole. Noi, noi tutti, la manteniamo nella grascia la così detta macchina dello Stato con tutto il suo bel personale a bordo. Manteniamo nella grascia onorevoli deputati e senatori, manteniamo nella grascia migliaia e migliaia di enti colle loro centinaia di migliaia di boiardi appresso, non lesiniamo sulle auto blu che da sole bruciano più soldi di quanti ne ricevono mensilmente metà dei pensionati d’Italia. Continueremo a farlo, però non ci chiedano un euro di più. Prodi è un economista? E allora cominci, se mai andrà al governo, a fare economia.