«Altro che Satana, il maledetto è Volpe»

Elisabetta, lei aveva 18 anni quando fu compiuto il delitto di Golasecca, quando fu uccisa Mariangela Pezzotta. Come entra una ragazzina di 18 anni in una storia del genere?
«Ci sono tante ragioni che hanno portato me in questa vicenda: soprattutto la mia relazione con Volpe».
Andrea Volpe, uno dei capi di questa setta delle Bestie di Satana.
«Sì. Il quale è di dieci anni maggiore di me».
Quanti anni aveva quando lei ha cominciato la relazione?
«Io avevo 15 anni, lui ne aveva 25. Lui dai 15 ai 25 anni ha fatto nella sua vita cose delle quali io non ero a conoscenza».
Ma com’era lui quando lei lo ha conosciuto? Perché l’ha colpita?
«Aveva un’aria molto carismatica, faceva molto tipo, se posso usare questa espressione; era affascinante, mi intrigava. Era più grande...».
Misterioso?
«Sì, un insieme di cose».
Quando è entrata, invece, la sua di vita, le sue storie?
«In gran parte posso dire che sia entrata con l’uso delle sostanze stupefacenti».
Lei prima le usava?
«No».
E come gliele propose?
«Voleva farmi vivere una parte della sua vita, cosicché io e lui saremmo stati più in sintonia».
Cosa le offrì?
«Cocaina e poi eroina».
Quanta ne consumavate al giorno?
«Io ne facevo un uso abbastanza moderato».
Cosa vuol dire moderato?
«Dirle le quantità non so quanto possa significare. Comunque avevo una dipendenza leggera, molto leggera: potevo anche controllarla, nel senso che andavo a lavorare, cercavo di essere pulita. Anche perché non mi piaceva, non mi attirava come cosa; ero arrivata ad avere schifo di me stessa. Lui, invece, era proprio perso».
Dove trovava i soldi per comprarsi la droga, visto che Andrea Volpe era disoccupato?
«Non era disoccupato, lavorava. Lavorava e si è licenziato poco prima dell’arresto».
Ma bastavano i soldi dello stipendio?
«Inizialmente lui aveva i soldi da parte. Poi lui aveva sempre lavorato con alti e bassi perché nel settore della tessitura, come sappiamo, ci sono alti e bassi. Io lavoravo, poi eravamo andati a vivere da soli e avevamo fatto un prestito».
Cosa faceva lei?
«Io lavoravo in Malpensa come commessa».
Che rapporti aveva con i suoi genitori?
«Con mia madre stavo recuperando. Avevamo seri problemi che mi hanno portata, tra le altre cose, oltre al desiderio di andare a vivere con Volpe, ad andare via di casa. Però stavo riprendendo. Invece mio padre è sempre stata una figura particolare nella mia vita perché con la separazione...».
Viveva fuori casa?
«Sì e poi il suo lavoro di giornalista e regista lo portava spesso e volentieri lontano. Quindi non poteva essere molto presente anche se sono sempre stata molto legata a lui».
Quando sono entrate le Bestie di Satana nella storia fra lei e Volpe?
«Direi che sono entrate aprile-maggio-giugno 2004. Al che io ho lasciato, ero già in carcere. Dopo che l’ho lasciato...».
Cioè lei non si era mai resa conto che c’era...?
«No, lui non aveva neanche frequentazioni con i miei attuali coimputati, a parte Nicola Sapone che era più vicino a noi proprio per un fattore di “strada”: erano vicini».
Lui non le parlava mai di Satana, di riti satanici?
«No, è entrato nella musica, a livello musicale. Tra l’altro io avevo un gruppo con lui e con persone che non sono assolutamente coinvolte nella vicenda. Quindi penso proprio che questo sia stato ritenuto dai magistrati stessi un argomento a parte. In casa mia le cose che hanno trovato sull’argomento erano tutte...».
Legate alla musica.
«Sì».
Lei suonava il basso.
«Sì».
Quali erano gli idoli musicali?
«Assolutamente il mio complesso preferito che continuo costantemente ad ascoltare: i Morbid Angel, un gruppo americano».
C’entra nulla la musica con Satana?
«In questo genere musicale per iniziare, per avere un minimo di spinta, ma non ai grandi livelli chiaramente, per andare nei locali e fare qualche serata, serve avere un’immagine, fare impatto, un po’ per distinguersi. Satana è una moda, questo sì: a livello di immagine Marilyn Manson è un grande esempio».
Quindi vi camuffavate o vi travestivate?
«No, avevamo fatto i primi due pezzi musicali con dei testi comunque abbastanza forti».
E chi li aveva scritti?
«Il primo pezzo risaliva a un bel po’ di tempo prima, quando ancora né io né Volpe eravamo lì. Poi è stato modificato».
Lei ne ha mai scritti di questi testi?
«Li traducevo in inglese».
Si ricorda qualche frase?
«Frasi molto esplicite, come “Sputa sulla Croce”, “Satana, Satana”».
Sangue? Omicidi?
«Il primo sì».
Cosa diceva?
«Si chiamava... “Sangue e morte nella mia vita”, o qualcosa del genere. Ma questo era già...».
Già scritto, lei non aveva...
«Sì, risaliva a un anno, un anno e mezzo prima della mia conoscenza con Volpe...».
Quanto è durata la storia con Volpe?
«Tre anni e mezzo, dai miei 15 anni fino ai 18 anni e mezzo, quando sono stata arrestata».
È vero che Volpe una notte le confessò «Sai, ho già ucciso due persone», all’epoca del delitto Tollis-Marino?
«Una sera eravamo io, lui, il batterista del gruppo più un altro paio di ragazzi, sempre di Somma Lombardo. Avevamo fumato, avevamo bevuto, di solito prendevamo videocassette ed eravamo entrati in discorsi... Lui, comunque, non ha detto questo: ha detto “ma se io vi dicessi”, perché eravamo tutti in gruppo “di avere ammazzato qualcuno, di avere ammazzato” quattro persone, aveva detto, due o tre... comunque più di due, non aveva due, “mi credereste?”. Noi l’abbiamo presa un po’ come... dall’espressione era da intendersi come “sì”. Però era stata una “sparata” o, almeno, noi al momento l’abbiamo presa come tale...».
Lei è stata condannata a 24 anni di carcere per l’uccisione di Mariangela Pezzotta. Cosa si ricorda di quel delitto?
«Lei e Andrea Volpe avevano avuto una lunga relazione sulla quale, da quanto poi ho anche capito in aula, non era mai stata posta del tutto la parola “fine”».
Quindi era continuata anche mentre lui aveva una relazione con lei.
«Non regolarmente e costantemente, ma in un certo qual modo sì. Non so poi se a livello fisico, però affettivamente c’era ancora qualcosa».
Si vedevano? Lei lo aiutava, gli dava anche dei soldi?
«Sì. Ricordo che lei ci aveva fatto prestiti: avevamo tutti e due la macchina, lui ha avuto un incidente e io ancora non avevo la patente. Era sempre presente: quando lui aveva bisogno di qualcosa si rivolgeva sempre a Mariangela. Io credo proprio che quella sera ci sia stato un litigio in questo senso».
Lui ha detto che si era trattato di un incidente, un colpo partito accidentalmente dal revolver calibro 38 special che aveva sottratto dalla casa di suo padre. Invece, secondo lei?
«Noi eravamo imbottiti di cocaina. Io cerco di valutare le cose nel modo più obiettivo possibile, anche per i ricordi che ho e al di là del rancore che posso provare per lui. Però, per lo stato in cui eravamo, non ho idea se effettivamente lui lo abbia fatto... perché io non ero presente al momento dello sparo».
Lei dov’era?
«Lui mi aveva mandato nell’altra stanza a prendere la cocaina. Era, ovviamente, un invito a lasciarli soli; dovevano parlare di cose loro personali. Sono andata, due, tre minuti; stavo rientrando, ero nel piazzale di fronte a casa e lì ho sentito lo sparo. Sono entrata...».
E che cosa ha visto?
«Al momento mi sono bloccata: c’era Mariangela stesa a terra in un lago di sangue».
E lui?
«Lui era dietro di lei, di fronte a me; la pistola la teneva in mano. Era bloccato, immobile. Mi ha guardata e mi ha detto “non volevo, mi è partito un colpo”».
Lui disse che fu la setta, poi, a ordinargli di sopprimere Mariangela, perché dicevano che era custode di troppi segreti, dell’omicidio di Chiara e Fabio, omicidio che era avvenuto quando lei aveva 12 anni e non aveva ancora conosciuto Andrea Volpe. Lei crede a questa ipotesi?
«Dunque, qui bisogna dire che ci sono moltissimi interrogatori di Andrea Volpe, che poi hanno portato all’incidente probatorio. Se noi andiamo a guardare tutti gli interrogatori, troviamo tante di quelle contraddizioni, ritrattazioni, cambi di versione che, chiaramente, non sono stati ammessi in aula. Anzi, dopo l’incidente probatorio lui, nelle interviste, ha cambiato ancora versione. Quindi io non penso...».
Cioè lei non ci crede?
«Al momento del delitto di Mariangela sicuramente non c’era una setta».
O, quanto meno, lei non l’aveva vista.
«Be’, ma posso dire che nell’ultimo anno, anno e mezzo, praticamente conoscevo ogni spostamento di Andrea Volpe».
Però lui uccide Mariangela.
«Sì, ma io penso proprio si sia trattato di qualcosa di personale tra loro due: questo solo lui lo sa».
Perché, quando lei rientrò in casa e la vide ferita, rantolante, non chiamò l’ambulanza?
«Innanzitutto non era rantolante. Io mi sono molto spaventata e la prima cosa che ho fatto è stata quella di andare accanto a lei e ho provato a muoverla. Io ero spaventatissima, ho pensato fosse morta».
E invece?
«Invece ho scoperto che non era così».
Cosa vuol dire che non era così?
«Dalle perizie svolte è emerso che lei era ancora vitale».
E perché non ha chiamato l’ambulanza? Perché non ha fatto niente quando Mariangela fu finita a colpi di badile? Volpe ha raccontato di avere mischiato il suo sangue con quello di Mariangela e di averlo bevuto. Ha fatto lo stesso lei?
(Elisabetta Ballarin scuote la testa).
Quindi lei non ha mai partecipato a riti satanici, a gesti rituali, mai nulla di tutto ciò?
«Mai, assolutamente... assolutamente».
Secondo lei che peso ha avuto la droga in tutte queste vicende?
«Enorme. Di certo non mi sarei comportata in quel modo; sarei stata lucida, non mi sarei... istintivamente non ho controllato il battito cardiaco».
Di Mariangela?
«No. La tiravo, non reagiva, non si muoveva. Panico... “Cosa facciamo? Cosa facciamo?”...».
Lei attribuisce tutte le colpe all’incontro con Andrea Volpe. Dice: «Se non avessi incontrato questo ragazzo, non mi sarei infilata in questa vicenda». Però il pubblico ministero di Busto Arsizio, Masini, l’ha dipinta come una dark lady: calcolatrice, opportunista; addirittura in grado di condizionare gli altri imputati. Cosa dice?
«Che mi metto a ridere e consiglio al dottor Masini di leggersi le perizie psichiatriche che lui mi ha fatto fare; non quelle del mio perito di parte, ma le due perizie che lui mi ha fatto fare, visto che, se si vuole mettere sopra Picozzi, se si vuole mettere sopra ad altri medici che mi hanno veramente messa a dura prova: non è facile farsi scavare dentro».
Andrea Volpe ha raccontato che Sapone e lui pensavano, addirittura, di fare di lei una vittima sacrificale.
«Questo non lo sapevo. In quale interrogatorio?».
Dice che alla fine, però, lui si oppose perché si era innamorato di lei.
«Volpe, quando ha scoperto la fossa di Fabio Tollis e Chiara Marino, ha detto che non era stato lui; lui non sapeva niente, sapeva dov’erano, ma non era stato lui. Quando poi è stata fatta un’altra cosa, “non sono stato io”: la colpa è sempre degli altri».
È vero che una volta, una notte, Volpe le sparò con un fucile?
«Una notte, in crisi di astinenza, me l’ha puntato. Diceva che era stanco, ma non lo diceva tranquillamente. Poi si è calmato. Quella notte mi ha sparato con il fucile. Io pensavo di avere avuto un’allucinazione quando ho sentito un proiettile passarmi di fianco. Ho detto: un’altra allucinazione. Comunque la droga, i farmaci e tutto quanto ero in una situazione in cui ritenevo di non essere lucida e me ne rendevo conto. Poi, durante un interrogatorio, i magistrati mi hanno chiesto come mai ci fosse un proiettile, perché era la macchina di Mariangela quella in cui ero...».
Era la notte in cui venne uccisa Mariangela?
«Sì. Prima di uscire di casa, lui mi ha detto: aspetta un attimo, aspettami qui che devo tornare dentro. Io ero lì in macchina...».
Che sentimenti ha adesso nei confronti di Andrea Volpe?
«Un misto di tante cose. Prevale l’indifferenza, ma penso però un po’ per allontanarlo, per non farmi condizionare neanche dalla rabbia profonda che provo verso di lui».
Perché, la condizionerebbe ancora se se lo trovasse davanti?
«Se la lasciassi andare sì. Ma basta: non voglio più avere niente a che fare. Chiaramente devo averci a che fare per il processo, lui è il mio accusatore. Purtroppo non ci sono prove scientifiche certe che determinino o meno da quale parte stia la verità. Ho sempre chiesto un confronto e non mi è mai stato dato. Io lo volevo diretto e mi hanno detto: “Se vuoi farci colloqui personali, perché, poverino, lui vuole parlarti...”. Poverino, lui vuole parlarmi? Quella persona vuole parlarmi e allora noi dobbiamo accontentarlo? Perché non facciamo un confronto con i magistrati, con un giudice? Questo non mi è mai stato concesso».
Come passa adesso lei le sue giornate? Da quanto tempo è qui?
«Più di due anni. Adesso sto studiando».
Cosa studia?
«Scienze giuridiche».
Vuole fare l’avvocato?
(Silenzio).
Come se la immagina la sua vita futura?
«Mi auguro che nel processo di appello si sistemino un po’ le cose. Perlomeno, so perfettamente di dover pagare del giusto. Però non voglio pagare per le colpe altrui o per ciò che altre persone dicono di me, per i loro motivi, per i loro rancori. Quindi so perfettamente che un periodo, anche consistente, insomma, non ho di certo delle colpe lievi».
Consistente secondo lei cosa vuol dire? Quanti anni si immagina di dover rimanere qui?
«Non lo dico per scaramanzia. Non sta a me deciderlo, però la cosa che mi interessa è solo pagare per il mio: né un giorno in meno, ma neanche un giorno in più».
E come se la vede, allora, la sua vita futura?
«Per ora guardo molto di più al presente. Guardo come posso fare qui, come posso affrontare la situazione adesso. Un domani mi auguro, una volta fuori da qui, di poter partire, continuare quello che già sto iniziando. Lo studio non è fine a se stesso, è pensato per un domani: un lavoro, una famiglia, una casa. Soprattutto penso anche ai miei familiari: mia madre mi sta aiutando».
Suo padre non c’è più.
«No. È morto quest’estate. Ma mio padre c’è sempre, in qualche modo: e questo lo devo anche e soprattutto a mia mamma».
(ha collaborato Valerio Barghini)