Altro che sport, il calcio è la guerra moderna

ALTA TENSIONE «Non parlatemi di fratellanza araba» dice Mubarak. E richiama l’ambasciatore

Il povero imam dell'università di Al Azhar, autorevole e influente, ci sta provando in tutti i modi: durante il sermone del venerdì, ricorda ai popoli arabi che non devono dividersi e odiarsi per il calcio, «perché si tratta solo di un gioco, non di una guerra». Il candore del suo idealismo lo induce a pronunciare parole di verità, ma anche queste stanno risultando vane e patetiche, perché pronunciate dalla cima di una polveriera. Ai suoi piedi, come ovunque, il calcio ha smesso il travestimento ludico, per assumere definitivamente la sua piena identità moderna: anche lì, tra Egitto e Algeria, è un formidabile volano di tensioni, di orgogli, di offese e di vendette.
Che l'Algeria, l'altro giorno, abbia conquistato un posto ai Mondiali del Sudafrica, battendo l'Egitto, è ormai risultato acquisito e decisamente superato. Resta la guerra. Una folla inferocita di egiziani assalta l'ambasciata algerina al Cairo, con un bilancio di almeno 35 feriti e varia architettura devastata. Il governo richiama il proprio ambasciatore ad Algeri «per consultazioni». Lo stesso presidente Mubarak lancia parole di fuoco: «L'Egitto è stanco di sopportare. Non parlatemi di fratellanza araba». Il ministro per gli Affari giuridici è ancora più esplicito: se le aggressioni degli algerini continueranno, l'Egitto saprà reagire «in modo molto duro». Tutto questo dopo la magica serata in Sudan, quando i tifosi algerini si sono scatenati contro il pullman della squadra e contro i tifosi avversari (meglio: nemici).
Gesti e proclami da escalation farneticante. Grandi nazioni si mettono le mani sulla faccia, pronte alle estreme conseguenze. Si comincia con una sassata, può tranquillamente finire con un bombardamento. E anche se da questa parte del Mediterraneo non sono ancora segnalati assalti all'ambasciata, il gol di Manomorta Henry che ha deciso Francia-Irlanda sta comunque scatenando reazioni enormi. Com'era ovvio e certissimo, la Fifa ha deciso che la partita non verrà ripetuta (anche se l’Irlanda ha di nuovo fatto ricorso): figuriamoci, se ad ogni arbitro impiastro o prezzolato seguisse una ripetizione, saremmo ancora a rigiocarci i campionati degli anni Cinquanta. Il risultato è già nell'almanacco. La Francia andrà in Sudafrica alzando pure la cresta, il Trap ancora una volta troverà il modo di uscirne con filosofia brianzola, Manomorta Henry diventerà certamente epico e leggendario, come Maradona e come tutti i grandi bari dello sport, perché sublime interprete dell'unica regola non scritta, ma sacra e intangibile, che governa il gioco: vale tutto, se l'arbitro non vede. La insegnano anche ai pulcini delle scuole calcio, chissà perché Manomorta Henry dovrebbe ritrovarsi a trent'anni capace di un gesto tanto eccentrico come alzare un ditino, chiamare l'arbitro, chiarirgli l'imbroglio e ristabilire la giustizia. Non è un demente. È un campione perfettamente integrato nel ruolo. Così bisogna fare, così ha fatto. Cosa pretendere.
Tutto serve, comunque. La guerra in avanzato stato di allestimento tra Egitto e Algeria, il livore tra Irlanda e Francia, il gelo tra Francia e Resto del mondo. Tutto potrebbe servire, quanto meno, a sbaraccare l'insopportabile retorica da parruccone olimpico che ancora ridicolmente, anacronisticamente, ipocritamente, aleggia sulle cose di sport. Tanta bella gente che ingozza ostriche e Moët & Chandon, quando si ritrova per scegliere la sede di un'Olimpiade e di un Mondiale, continua a raccontare in giro barzellette surreali del genere «sport isola felice». Poverini, loro: prendono soldi sottobanco dai comitati organizzatori, ovviamente su conti off-shore, fanno incetta per le mogli e le amanti nelle gioiellerie di grido, sempre a spese degli enti organizzatori, poi vorrebbero far credere d'essere di un altro mondo. Fuori dagli stadi, le brutture della vita: gli odi, i razzismi, le ingiustizie, la fame, le corruzioni, le guerre e le malattie. Dentro gli stadi, l'oasi incantata: gioco, divertimento, lealtà, altruismo, questo cocktail poeticissimo chiamato fair-play che tutti ci unisce e tutti ci affratella.
Ecco, se qualcuno ha ancora voglia di bersi questa idea ruffiana e manichea del pianeta Terra, se qualcuno ancora c'è, meglio si riguardi le cronache in arrivo dal Cairo. Sono solo le ultime, ovviamente. La lista è interminabile. Abbiamo alle spalle guerre vere, boicottaggi politici, pistolettate e devastazioni, randellate e botte feroci. Altre in futuro ne avremo. Ovunque, in tutte le discipline. Perché lo stadio non chiude fuori nulla: lo stadio porta dentro tutto. E siccome gli stessi candidi (canditi) dello spirito olimpico ci ipnotizzano con la bella storia dello sport come «grande metafora della vita», via, spieghino un po' perché mai lo sport non dovrebbe essere magnifica metafora anche della vita più sporca, quella degli odi, delle rivalità nazionalistiche e razziali, del degrado sociale e della miseria culturale.
Certo, lo sport può e deve provare ad andare oltre, a superare, a scavalcare questi nostri limiti. Gli va chiesto. Ma senza cullare illusioni. Lo sport è fatto di uomini. In campo e sulle tribune ci sono uomini. Mai dimenticare la più grande teoria del vecchio Einstein. «Conosco solo due cose infinite: l'universo e la stupidità umana. Della prima non sono certo».