Altro che Tiger. Il presuntuoso Woods recita come un pollo

Se oggi i settanta milioni di golfisti sparsi per il globo si unissero in un’associazione, il loro primo dovere politico sarebbe quello di indire un’immediata «class action» contro Tiger Woods e il suo agente Mark Steinberg. Perché, parliamoci chiaro, la conferenza stampa di venerdì scorso è stata solo un’ulteriore, arrogante pagliacciata arricchita con un condimento di falso pentimento dal chiaro retrogusto amarognolo.
In questo squallido teatrino di corna, bugie ed sms, dove sono state bandite le domande e le risposte sono N.P., non pervenute, al tifoso e all’appassionato non resta altro da fare che alzare la voce. Perché, in fondo, è a lui che Tiger si è rivolto in mondovisione. E perché, in fondo, è lui che venerdì Tiger ha preso nuovamente in giro.
Cosa fare, dunque? Se è vero che le trasformazioni arrivano nei giorni di crisi, è altrettanto vero che questo è il momento più adatto per modificare radicalmente l’atteggiamento nei confronti di un campione, che è stato ed è universalmente coccolato e osannato, nonostante i bauli di arroganza e tracotanza con cui viaggia e da cui non si separa mai.
Ora. Ribattere con dei secchi «no» a tutta la messinscena mediatica da cui siamo travolti dallo scorso 27 novembre è un primo, deciso passo verso una nuova consapevolezza di tifoso impegnato.
No, dunque, innanzi tutto a una «non conferenza stampa». Tiger Woods non può, come invece ha fatto, arrogarsi il diritto di vietare ogni tipo di domanda. Il suo è l’odioso atteggiamento di chi pretende il completo controllo sulle cose e sulle persone. Tiger Woods deve ancora imparare che se non ha il completo controllo neppure sul campo da golf, non può certo averlo nella vita di tutti i giorni.
No a una «non conferenza» indetta in un giorno in cui si gioca un torneo di levatura mondiale: rubando la scena mediatica, si manca di rispetto innanzi tutto ai colleghi impegnati nella gara e quindi allo stesso sponsor. Sponsor che, guarda caso, è l’Accenture, la prima delle aziende che ha cestinato i contratti milionari di Tiger Woods. Morale: a pensar male, qualche volta si azzecca…
No a una «non conferenza» indetta per spiegare la tua situazione familiare, quando la moglie non è al tuo fianco e al suo posto, invece, è freudiamente presente l’ingombrante madre Kutilda Woods. Certo, i genitori degli sposi erano in par condicio con il suocero di Tiger tra il pubblico, ma tant’è…
No un’esibizione recitativa degna di un premio Oscar: piuttosto, sarebbe stato assai preferibile un più dignitoso rispetto dell’etica del silenzio. Perché quando ai mass media si arriva a consegnare la propria sfera più privata, quella degli amori, delle passioni e dei sentimenti, si sono ormai oltrepassati da un pezzo i paletti bianchi del bon ton, per non dire del buon gusto.
No a un can can mediatico da circo equestre, infarcito di buone intenzioni che sanno di provincia e dopato da falsi pentimenti, che fanno invece pretino di campagna.
No a un’inutile «non conferenza» in cui non si è risposto all’unica, vera domanda che il pubblico si pone da fine novembre e cioè: quando tornerà a giocare Tiger? Per propinarci le baggianate che abbiamo ascoltato, bastava il banale, semplice, buon, vecchio comunicato stampa.
E infine «no» a un presuntuoso omuncolo milionario, che lascia il proprio numero di cellulare all’esercito di escort che foraggia. Perché allora non sei una tigre. Sei solo un pollo.