Un altro mercantile italiano sfugge ai pirati somali

Non hanno mollato, hanno tenuto i nervi saldi, hanno seguito alla lettera le procedure ripetute prima d’imbarcarsi per quella rotta maledetta e, alla fine, hanno avuto la meglio, salvando la nave e costringendo alla fuga i pirati. I marinai coraggiosi stavolta non sono né israeliani né americani. Stavolta sono in gran parte italiani, sono il comandante Domenico Scotto di Perta e gli altri 22 uomini, 13 connazionali e 9 dell’Est europeo, della Jolly Smeraldo, la nave da trasporto attaccata ieri pomeriggio al largo delle coste somale. «Tutto inizia alle 14. 50 quando il comandante Domenico Scotto di Porta avvista un barchino con 5 persone diretto a tutta velocità verso la nostra nave», racconta al Giornale Giuseppe Messina, 42 anni, amministratore delegato dell’omonima compagnia di navigazione genovese fondata dal nonno Ignazio.
I pirati stavolta però trovano pane per i loro denti. «Di Porta è con noi dal 1998 ed è uno dei comandanti più esperti , la rotta dal Sudafrica al golfo di Aden è, invece, la più battuta dalle nostre navi. Insomma conosciamo bene i rischi e come fronteggiarli», spiega l’armatore. I nuovi bucanieri se ne accorgono immediatamente. Quando tentano di avvicinarsi le paratie della Jolly Smeraldo, alte più di 16 metri, incominciano a rollare come una muraglia di acciaio in preda al terremoto, mentre le eliche spinte al massimo trasformano la scia in un piccolo tsunami. Sul ponte l’equipaggio ha già le manichette a pressione in pugno e si prepara a sommergere il gommone corsaro sotto una cascata d’acqua.
L’inattesa reazione scatena la rabbia degli attaccanti. «Devono aver capito che non ce l’avrebbero fatta ed hanno reagito sparando a raffica, ma anche quello era previsto - racconta Messina - gli uomini a bordo sanno come sfruttare le protezioni offerte da scafo e attrezzature.....le fiancate sono alte fino a 18 metri e diventano una parete insuperabile se in alto c’è gente capace di reagire e prevenire l’arrembaggio». La manovra del Jolly Smeraldo non consente, comunque, ai pirati di avvicinarsi a più di 500 metri. Non appena la scia della nave lo divora il gommone corsaro si trasforma in un guscio di noce ingovernabile. In quelle condizioni i cinque pirati rischiano di ritrovarsi sbalzati tra i flutti e le loro raffiche di kalashnikov si perdono nel nulla.
La vittoria del Jolly Smeraldo non cambia però la situazione. «Ce la siamo cavata, ma le confesso che sono ancora choc - confessa Messina - siamo stati attaccati a 250 miglia dalle coste, questi pirati non improvvisano, operano con navi madre da cui partono le scialuppe e sfuggirgli è sempre più difficile. Quando abbiamo chiesto soccorso la fregata italiana Maestrale era nel porto di Gibuti e le altre navi dello schieramento internazionale erano lontane. Noi non abbiamo mai voluto armi o squadre di sicurezza, a bordo, ma ora ci sto pensando. Spero solo che le autorità internazionali si decidano ad agire. Gli americani e i francesi hanno dimostrato che per vincere bisogna saper anche sparare, penso abbiano fatto bene perchè la fermezza è l’unica strada per tornare agarantire la sicurezza di quella rotta».