Un altro uomo in rivolta (come Camus)

Andrea Caterini

Il franco-algerino Albert Camus, in un libro filosofico pubblicato nel 1951, trova nella «rivolta» il sentimento istintivo che accomuna ogni essere umano. Prova quindi a sostituire il «penso dunque sono» cartesiano con un «mi rivolto dunque siamo». La rivolta, pur non essendo un valore in sé, è un principio di civiltà nel momento in cui trova il suo limite. Rivoltandosi, l'uomo non sta cercando una felicità solo per se stesso, ma anche per tutti gli altri uomini. Mentre si oppone alla logica servo-padrone, dice sì alla vita, immaginando che ognuno, come lui, cerchi una ragione di felicità in questa possibilità di liberazione. Ma la libertà è vera, nel pensiero di Camus, solo se riconosce il proprio limite - nel momento in cui è costretta a fermarsi per non sopprimere la libertà altrui.

È impossibile non pensare all'Uomo in rivolta leggendo il romanzo d'esordio di Joseph Andras, Dei nostri fratelli feriti (edito da Fazi), che in Francia si è aggiudicato il Goncourt Opera Prima (anche se il trentenne Andras ha rifiutato il riconoscimento, imitando, in questo, più Sartre che Camus). È il racconto, tratto da una storia vera avvenuta ad Algeri nel 1956, di un rivoluzionario, Fernand Iveton, che decide, in nome dell'indipendenza dell'Algeria dai colonialisti francesi, di posizionare una bomba nella fabbrica in cui lavora. Ma il suo atto è solo dimostrativo, non vuole ammazzare nessuno. La bomba non esploderà, così come non ci saranno morti all'infuori della sua - sarà catturato, torturato, processato e infine giustiziato. Mandel'stam (uno dei più grandi poeti del '900, ucciso in un gulag siberiano), diceva che col potere aveva solo rapporti puerili. La questione del romanzo è proprio questa relazione col potere, al quale ci si rivolta, ma con ingenuità.

Andras, che ha uno stile martellante, per nulla metaforico (piuttosto la sua lingua è radicata ai fatti in maniera addirittura referenziale, ma con continue accelerazioni ritmiche e frasi che mirano all'oggettività), ci avvicina a Fernad in maniera empatica ma non sentimentale, facendo di lui l'archetipo dell'essere umano pensato da Camus. Non un eroe, ma un uomo comune che, per la felicità sua e dell'umanità, si trova suo malgrado (qui il suo rapporto puerile col potere, il quale per definizione non è né può essere ingenuo) a offrire, in totale laicità, fuori da ogni sentimento religioso, il suo corpo in sacrificio.