«ALTROVE», LA TV IN CARCERE NON SFONDA

Tra i misteri ricorrenti della nostra televisione ce n'è uno particolarmente insondabile, e riguarda l'ambiente carcerario che, visto dall'esterno, sembra calamitare una certa dose di comportamenti masochistici. Ci sono ad esempio, sempre più spesso, i parenti di vittime di atti delittuosi che decidono di andare a far visita agli assassini del proprio figlio sotto l'occhio impietoso della telecamera, non si capisce se per cercare una qualche forma di catartica rivalsa o per trovare la forza altrettanto improbabile di perdonare. Ci sono poi i condannati all'ergastolo che, non bastasse la pena di dover scontare in carcere il resto della vita, accettano quella ulteriore di sottoporsi alle interviste della conduttrice di Storie maledette Franca Leosini, che li incalza per ore rigirando il coltello in una piaga offerta fin troppo generosamente al suo sguardo e a quello degli spettatori. Ci sono infine i detenuti del carcere di Velletri che hanno accettato di farsi riprendere nella loro già costipata esistenza quotidiana da un numero non precisato di telecamere poste nelle celle, per dare vita alla trasmissione Altrove (venerdì alle 23,30 su Italia Uno e tutte le sere alle 0,40 in forma di striscia quotidiana) ideata e voluta da Maurizio Costanzo. La motivazione del programma è piena di tante cosiddette «buone intenzioni», fin troppo: mostrare la vita carceraria nella sua routine monotona e soffocante, dare visibilità a chi non ne ha, consentire a chi è detenuto di recuperare - grazie alla potente autorevolezza del mezzo televisivo-una parte di quell'esistenza che non può più avere. Fatto sta che la sovrabbondanza di buone intenzioni non si traduce in una resa televisiva capace di coinvolgere gli spettatori, e non solo per la imbarazzata ritrosia di ognuno di noi di stare davanti a situazioni disturbanti come quelle carcerarie, ma perché l'intrusione televisiva sotto la forma non dichiarata del reality non aggiunge nulla a quanto già si può immaginare della vita penitenziaria: gesti lenti, tempi morti, una sensazione disperante di malinconia e di vuoto che le telecamere non colmano ma anzi accentuano. Il talk show del venerdì cerca di dare forma e senso a quelle immagini che poi si vedranno nel corso della settimana, attraverso una discussione tra persone competenti direttamente coinvolte nella vita del carcere. Ma intanto lo spettatore scappa, e non gli si può dare torto. Ci siamo abituati alla presenza delle telecamere in tanti ambiti più o meno irreali , dalle case del Grande Fratello alle fattorie e alle isole dei famosi, ma vederle frugare tra i gesti al rallentatore della concretissima vita carceraria, senza alcuna valvola di fuga nemmeno per l'immaginazione, fa sentire in galera anche chi guarda.