Da Alvito a Lodi, la parabola dell’ultimo Governatore a vita

Esperto di econometria, fu chiamato nel 1993 al capezzale della lira. Le ambizioni politiche e le tensioni con i ministri dell’economia

Gian Battista Bozzo

da Roma

Da Alvito ad Alvito, passando per una laurea in economia, una borsa di studio al Massachusetts Institute of Technology, un concorso in Banca d’Italia che lo ha proiettato fino alla poltrona di governatore, lasciata ieri sull’onda di uno scandalo bancario. La parabola di Antonio Fazio incomincia e si conclude in una villetta di paese, lontana anni luce dai saloni damascati di Palazzo Koch, dalle letture delle considerazioni finali davanti a plaudenti potentati economici e dalle riunioni coi grandi della terra al G7. Luoghi e situazioni in cui il governatore, in fondo, non è mai stato del tutto a proprio agio. Non perché Fazio abbia scarsa stima di sé, tutt’altro. Ma perché, in fondo, lui - con il suo accento del basso Lazio, i vestiti pesanti, la penna stilografica che spunta dal taschino, i modi paterni, il passo lento - con quel mondo non aveva molto a che vedere.
Nella Banca d’Italia di Guido Carli, nella breve stagione di Paolo Baffi, nella lunga gestione di Carlo Azeglio Ciampi, il ruolo di Antonio Fazio è stato quasi esclusivamente tecnico. Ha collaborato con Franco Modigliani a costruire il modello econometrico dell’istituto centrale, ha guidato l’ufficio studi, ha gestito le aste dei titoli di Stato in quel terribile settembre del ’92 quando la lira uscì dal Sistema monetario europeo, ed il ministro del Tesoro Piero Barucci sudava freddo la notte nel terrore che quelle aste non venissero coperte e si dovesse andare in Parlamento per dichiarare il default.
Non pensava allora, Fazio, di diventare governatore. Fu proprio la crisi politico-finanziaria a cavallo fra l’autunno ’92 e la primavera del ’93 a proiettarlo su, fino alla poltrona di numero uno. Ciampi venne chiamato da Oscar Luigi Scalfaro a formare un governo tecnico dopo che Giuliano Amato - ironia del destino, oggi si parla anche di lui nella rosa dei possibili successori al governatorato - venne spazzato via dalla bufera che aveva investito la lira e il Paese. Scalfaro e Ciampi insieme, in quasi perfetta solitudine, decisero che Fazio - solido tecnicamente, privo (pensavano) di ambizioni politiche, un curriculum familiare a prova di bomba testimoniato da una sola moglie e cinque figli - poteva essere la soluzione giusta per tarpare le ali al condidato naturale, secondo la linea di successione di natura monarchica che vige nella banca centrale: il direttore generale Lamberto Dini. Fazio scavalcò Dini, con soddisfazione dei più, e Nino Andreatta potè commentare che «finalmente un cattolico diventa governatore», interrompendo una dinastia che la vulgata vuole nel segno del Grande Oriente d’Italia.
Sulla religiosità del governatore ieri dimissionario sono stati versati oceani di inchiostro. Fazio è, in effetti, un cattolico osservante, privo di dubbi, lettore assiduo dei santi Tommaso ed Agostino, ed assai vicino ad ambienti della Curia romana. Una delle sue figliole, Maria Chiara, ha incominciato lo scorso settembre il suo servizio in un ordine religioso (ma non monastico) legato ai Legionari di Cristo, l’organizzazione a cui il governatore e la sua famiglia fanno riferimento. Fazio citava l’Ecclesiaste parlando di spesa pubblica, pronunciava termini come parusìa e metànoia nei suoi interventi pubblici, gettando nel panico l’uditorio. Parlava dell’euro come di un «Purgatorio» per l’Italia. Interveniva con frequenza a convegni cattolici. Sarà proprio un discorso alla settimana sociale della Conferenza episcopale italiana, il 16 novembre del ’99 a Napoli, discorso dal titolo assai impegnativo - «Quale società civile per l’Italia di domani?» - a mettere per la prima volta nei guai il governatore. «È un discorso di candidatura alla presidenza del Consiglio», scrissero i giornali il giorno dopo. Qualcuno, nell’entourage del governatore, ricordò che, in fondo, dopo Ciampi e Dini, toccava adesso a Fazio di fare il gran salto da Palazzo Koch a Palazzo Chigi. Un certo mondo politico cattolico insoddisfatto della caduta di Romano Prodi, scalzato da Massimo D’Alema, credette di riconoscere nel governatore le stigmate del futuro governante e ne carezzò l’ego.
Difficile dire se Fazio ebbe la convinzione di poterlo fare, qual gran salto nella politica, oppure no. Di certo, dopo il risultato elettorale del 2001, ritornò governatore a tempo pieno. E da governatore concesse credito al governo di Silvio Berlusconi e del suo ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Uno dei primi atti di Tremonti fu di andare in visita a Palazzo Koch, uno dei primi atti di Fazio fu di segnalare a Tremonti che il governo di centrosinistra aveva lasciato una pesante eredità: il «buco». Poi i rapporti fra i due si guastarono man mano, a partire dal caso dei bond Cirio e Parmalat, fino a diventare scontro aperto. Ma questa è storia recente. Fra un discorso e l’altro, Fazio si dedicava al riassetto del sistema bancario nazionale. Lo faceva a modo suo, con la persuasione, assecondato dal suo carattere poco incline agli show down. Dal ’93 ad oggi, il panorama bancario in Italia è mutato completamente: istituti centenari sono stati assorbiti da altri, molto più giovani; banche un tempo locali sono diventate nazionali; fusioni ed acquisizioni si sono susseguite con ritmo prima impensabile. Nei primi anni Novanta, ricordava il governatore nel suo intervento al Forex di Modena, il 68% dei fondi complessivamente intermediati faceva capo a banche controllate dallo Stato, e oggi tale quota è nell’ordine del 10%. Il numero delle banche, negli ultimi dieci anni, si è ridotto da 970 a 785, e i primi quattro gruppi ora controllano il 44% del mercato nazionale.
Nessun correntista, nel corso di questa ristrutturazione a volte anche drammatica, ha mai perso una lira prima e un euro poi. Questo è il vanto di Fazio. Che però ha gestito questo processo con metodi che il mercato ha giudicato «amicali», ed in diverse circostanze poco trasparenti. La difesa ad ogni costo del sistema, in quanto garanzia per il risparmio nazionale, ha portato il governatore a trovare in molti casi una soluzione dirigista, che il mercato non ha apprezzato. Ha agito per difendere l’italianità del sistema, ma nel contempo ha negato d’aver chiuso l’Italia allo straniero. Banche ed altri intermediari esteri possiedono il 17%, in media, dei primi quattro gruppi creditizi nazionali. L’ultima ridotta nazionale, quella in cui Fazio si è attestato contro le baionette olandesi e spagnole, gli è stata fatale. Forse perché era già debole, colpito nella credibilità dai casi di risparmio tradito - Cirio, Parmalat, la Banca 121, il bond argentini - che a torto o a ragione il Paese gli aveva addebitato seguendo il criterio della «responsabilità oggettiva», che non vale solo nel calcio. Diventato personaggio televisivo, al momento della mancata consegna del tapiro d’oro, protagonista di vignette satiriche, logorato dal lungo scontro con Giulio Tremonti, abbandonato dagli amici di un tempo, Fazio ha trovato rifugio in nuove sponde rivelatesi infide, anzi mortali.
È stato l’ultimo governatore «a vita». L’ultimo a credere che questo principio non scritto potesse valere sul serio