Amanda, angelo dalla faccia sporca

Non sorride più, abbassa gli occhi e la luce sul volto è opaca. Amanda adesso ha paura. Quando aspetti il tempo non passa mai. Il silenzio è una maledizione. È il momento peggiore di questi due anni sprecati, sbattuti, costretti dentro le mura grigie di un carcere femminile. Due anni passati a cercare di non pensare alla notte di Halloween. Uno dei suoi tanti, folli, ammiratori un giorno le ha spedito un romanzo di Ray Bradbury, con quel ritornello glaciale: «Venite con me / È la festa di Ognissanti / Faremo tremare tutti quanti. Gli scherzi, stavolta, son giustificati / le risa e i lazzi perfino aumentati». Qualche volta la notte sogna una zucca arancione e il lamento di Meredith. Chi è che si diverte a giocare con il coltelli?
Il 6 novembre 2007 non capiva. Arrestata. L’unica cosa che rimbombava nella testa era questa frase: «Amanda è un’altra. Amanda non sono io». Si stringeva a Raffaele. Lui la guardava e lei non riusciva a trattenere un ghigno isterico. L’amica di Mez, Robyn, pensa che lei sia un’assassina. Lo dice a tutti, anche ai giudici: «Parlava a voce alta, mentre tutti piangevano lei sembrava serena. Ci raccontò che Meredith era stata trovata dentro un armadio, sotto un piumone. Ha sofferto? Cosa credi è stata sgozzata». Robyn non sa. Non sa cosa vuol dire trovarsi dentro un destino che non ti appartiene. Vai in Italia e cadi all’inferno. Che fai? Ridi, dimentichi tutto, ti ricostruisci ore che vorresti non aver mai vissuto. È quello che hai fatto. Quando stai lì, con tutta quella gente che ti parla, veloce, e pretende una risposta, devi tirar fuori una storia, un romanzo. Devi convincerli, così loro smettono. Ha tirato in ballo Patrick, il proprietario del pub Le Chic. Ora tutti chiedono perché. Non c’è mai una risposta. Lo fai, perché le bugie sono le armi con cui ti sei difesa tutta la vita. Forse perché hai paura e quelli ti interrogano senza sosta. Parli, cerchi una via di fuga. «Non ricordo. Non ricordo nulla». Cos’è la verità?
Perugia doveva essere il tuo anno al di là del bene e del male. Studiare è solo un biglietto d’arrivo. Il resto è la notte, le birre, i pub, i ragazzi, il sesso. È questa mandria di stranieri che ha preso d’assedio la città. È vivere come se il futuro fosse solo un’ipotesi. È così che sei diventata un angelo dalla faccia sporca. I media hanno frugato nei tuoi diari, nelle pagine di My Space, tutte quelle stupide foto, il racconto di quando hai fatto l’amore in treno, in bagno. Tutto. L’americana sexy e noir. Te lo chiedi anche tu. Chi è davvero questa ragazza di Seattle, che frequentava i pub di Perugia, con quel profumo di morte e passione sulla pelle? Chi è Amanda Knox? È un romanzo ancora da scrivere, un diario di sesso e amori, è una calzamaglia nera, è un basco turchese e una linguaccia al mondo, è lei che si mangiucchia le unghie, è una sbornia, un sorriso e un seno. È un pullover blu paradiso, una sfilata di maglie a righe orizzontali, bianche, rosa, nere. È una t-shirt All you need is love. È l’occhietto che fa a Raffaele la prima volta che si incrociano in aula. È lei che canta in carcere tutta la notte. È una firma globale, come le tante Amande Knox che trovi su Facebook, quella bionda dell’Universidad Complutense de Madrid, quella di Stockton e quella un po’ sovrappeso di Orlando Florida. Sono tante, ovunque, more, cinesi, brasiliane, finlandesi, una miriade di Amande Knox che hanno rubato la sua firma e il suo nome.
Amanda è milioni di fan, gruppi ai quali iscriversi, come quello che recita: «Voglio andare a letto con Amanda Knox e poi vada come vada». Ci sono cinici, pazzi, innamorati, sedotti, gente che dice: morirei pur di fare l’amore con lei. E poi ci sono i suoi amici, e tutta l’America che piange con lei. Quelli che dicono: è innocente. E poi c’è il New York Times, che si prepara a barricate d’inchiostro. Amanda è un film che prima o poi arriverà. È un’occasione per Hollywood. È una storia con il finale a sorpresa. Amanda Knox, presunta assassina, è diventata tutto questo: un’icona globale. Il suo volto verrà consumato, venduto, plastificato, come una Paris, una Barbie, un’eroina da videogame. È l’angelo dark, che cambia forma, specchi, ruolo, fotografie. È una merce da sbattere sul mercato come un instant book, giallo, noir, forse innocente, forse no. La sentenza? La sentenza è lunga.
Passano sei, sette, otto ore. I giurati sono ancora in camera di consiglio. Gli avvocati dicono di stare tranquilla. Il punto debole dell’accusa è il movente. Tu non odiavi Mez, vero? Amanda dice: «Sono innocente». Non lo urla mai, lo dice. Rilegge alcune pagine del diario, quello che ha scritto in questi due anni senza sole. «Faccio i piegamenti, canto, leggo, scrivo, dormo, mangio, bevo. E penso... Ho accesso alla biblioteca, ho 8 canali televisivi che posso vedere in cella, ho un bagno e una lampada per leggere. Voglio vivere felice. Com'ero. E, comprensibilmente, un pochino più cauta. Non fumerò più marijuana. Quando sarò libera tornerò negli Stati Uniti, ma ritornerò in Italia per studiare. Non temo questo paese. Questo paese ormai fa parte di me. Questo è un luogo che ho chiamato casa. E prima che succedesse tutto ciò, io ero così felice».
Amanda lo ha detto l’ultima volta ai giudici: «Davanti a voi mi sento vulnerabile». Gli imputati si alzino. Cos’è un verdetto? È una ricostruzione, un’idea, un atto di giustizia, un’astrazione. Knox the fox. La volpe è in gabbia. La volpe è libera. Nessuno saprà mai la verità di Amanda Knox. Questa cavolo di sentenza ancora arriva. Gli ultimi minuti sono sempre i più pesanti. L’angelo con la faccia sporca è una ragazza di vent’anni. Il tempo è una beffa, dipende da come lo vivi. Qui o altrove. Amanda dice: «Ho paura di avere una maschera da assassina forzata sulla mia pelle». E ora il verdetto: colpevole.