Amanda Knox «Mi hanno picchiata». E diventa dark angel

Amanda si è guardata allo specchio e ha visto quella ferita sul labbro, una screpolatura rossa che attraversa il sorriso. È solo un herpes, una piccola febbre che segnala la fatica del tuo corpo. Amanda ha la faccia pulita, niente trucco, i capelli raccolti in una coda. Sgrana gli occhi, fa una smorfia, si guarda i denti, la bocca è leggermente imbronciata. Gli occhi sono una lama sottile. Amanda ha una camicetta bianca, che si apre lì dove comincia il petto, il collo è indifeso, offerto. È così che arriva in aula e non sembra appartenere a questo tempo. C’è qualcosa, nel modo in cui è vestita, che ricorda le donne dell’America coloniale, quelle che la comunità dei padri pellegrini guardava con sospetto. Amanda non abbassa mai lo sguardo. È qui a Perugia per raccontare la sua verità. I giornali di mezzo mondo stanno lì ad ascoltarla. E lei dice, spiega, racconta, accusa. Era la notte tra il 5 e 6 novembre, due anni fa. Tutti gridavano e lei non capiva nulla. Voleva un avvocato, ma l’avvocato non c’era. Dice che una poliziotta le ha dato due pugni sulla testa, così, e mima il gesto. Era confusa. Quando ha accusato Patrick non sapeva neppure di cosa stava parlando, voleva solo uscire da lì. Basta. Basta. Lei la notte in cui è morta Meredith non c’era, il resto è buio.

È la sua arringa difensiva. Amanda contro chi la accusa, ed è una sfida senza verità. I pm hanno in mano pochi indizi, ancora una volta è un gioco ad eliminazione. Si prendono dal mazzo tutti i protagonisti, si mettono da parte tutti quelli chiaramente innocenti e si punta l’indice contro chi resta, gli ambigui. Non possono non essere che loro. È come giocare a Cluedo, la logica è la stessa, ma forse in tribunale non basta. Amanda, come tutti, è innocente fino a prova contraria. E l’onere spetta all’accusa. Vedremo.

Ma poi c’è un altro mistero. Chi è davvero questa ragazza di Seattle, che frequentava i pub di Perugia, con quel profumo di morte e passione sulla pelle? Chi è Amanda Knox? È un romanzo ancora da scrivere, un diario di sesso e amori, è una calzamaglia nera, è un basco turchese e una linguaccia al mondo, è lei che si mangiucchia le unghie, è una sbornia, un sorriso e un seno. È un pullover blu paradiso, una sfilata di maglie a righe orizzontali, bianche, rosa, nere. È una t-shirt All you need is love. È l’occhietto che fa a Raffaele la prima volta che si incrociano in aula. È lei che canta in carcere tutta la notte. È una firma globale, come le tante Amande Knox che trovi su Facebook, quella bionda dell’Universidad Complutense de Madrid, quella di Stockton e quella un po’ sovrappeso di Orlando Florida. Sono tante, ovunque, more, cinesi, brasiliane, finlandesi, una miriade di Amande Knox che hanno rubato la sua firma e il suo nome. Amanda è milioni di fan, gruppi ai quali iscriversi, come quello che recita: «Voglio andare a letto con Amanda Knox e poi vada come vada». Ci sono cinici, pazzi, innamorati, sedotti, gente che dice: morirei pur di fare l’amore con lei. E poi ci sono i suoi amici, e tutta l’America che piange con lei. Quelli che dicono: è innocente. E poi c’è il New York Times, che si prepara a barricate d’inchiostro. Amanda è un film che prima o poi arriverà. È un’occasione per Hollywood. È una storia con il finale a sorpresa.

Amanda Knox, presunta assassina, è diventata tutto questo: un’icona globale. Il suo volto verrà consumato, venduto, plastificato, come una Paris, una Barbie, un’eroina da videogame. È l’angelo dark, che cambia forma, specchi, ruolo, fotografie. È una merce da sbattere sul mercato come un instant book, giallo, noir, forse innocente, forse no.

Amanda arriva in aula e indica ai cameramen il taglio dell’inquadratura, sorride, sorride a tutti, comincia a parlare in inglese, poi passa all’italiano, resta solo l’accento. Tutti la guardano, protagonista assoluta.

Non è questo il delitto, ma Amanda ha cancellato dalla storia il volto di Meredith. È il paradosso di questo tempo, che non ha pietà per i morti. I morti hanno lasciato la scena, passano come i giorni di un vecchio calendario. Meredith è solo una fotografia, un sorriso che quasi si nasconde. C’è solo ombra e notte in questa storia. E una famiglia che resta dietro le quinte, in attesa di una risposta.
La notte di Halloween del 2007 in una cascina alla periferia di Perugia una ragazza è morta. Gli unici indiziati sono due uomini e una donna. La risposta è in quella camera chiusa, ma nessuno saprà mai la verità.