Amarcord Jannuzzo, ritorno al futuro nella sua Girgenti

È risaputo che il nome di Gianfranco Jannuzzo evochi, nell'immaginario collettivo, suggestivi scenari della contraddittoria terra siciliana, dove il mare contrasta con l'altitudine dell'Etna, dove la passione di un popolo accogliente e generoso è continuamente minacciata dalla malafama, dove il dolce profumo delle zagare mitiga l'aria salmastra. Al Teatro Manzoni fino al 3 gennaio con il suo «Girgenti amore mio...» (info: 02.7636901 800.914.350, www.teatromanzoni.it), testo scritto dall'interprete in collaborazione con Angelo Callipo, che è riuscito nello sforzo non da poco di trasporre poeticamente la carica emotiva dell'attore agrigentino, Jannuzzo - diretto da un raffinato Pino Quartullo, incorniciato da una scenografia firmata da Angelo Mangiagli e accompagnato da musiche originali di Francesco Buzzurro - scava andando a esplorare la sua memoria, raccontando al presente. Coautore, produttore e interprete, uno e trino, il concittadino di Luigi Pirandello sale ancora una volta sulla scena del teatro diretto da Walda Foscale, accompagnato da quella inesauribile verve dove ironia e divertimento, con punte di nostalgica comicità, toccano l'animo del pubblico e lasciano (visibilmente) il segno. «È vero che Girgenti, vecchio nome di Agrigento, è la mia città natale alla quale sono particolarmente legato e affezionato, ma la mia intenzione è quella di raccontare la bellezza e la soddisfazione di aver raggiunto, dopo un lungo viaggio, il mio traguardo, ovvero la riconciliazione con la mia terra natia, e poter respirare ancora il profumo e il fascino delle mie origini. Ogni spettatore può condividere con me quelle emozioni, quella purezza di sentimenti che ognuno di noi nutre per la propria terra, la propria città». La scenografia, che riprende il fascino della Valle dei Templi, stupisce con il suo realismo tanto quanto il vigore del protagonista che libera pensieri e aneddoti che fanno parte del suo passato e della storia di un popolo: la carenza di acqua di cui soffre in particolar modo proprio la città agrigentina, i personaggi con i loro tic e le loro ossessioni. Anche Jannuzzo dunque, come tutti coloro che sono nati e cresciuti sul mare, è tornato alla base. «Evoco la processione del santo Calogero, patrono di Agrigento, evento religioso che anche in altre città si è soliti celebrare con grande trasporto dei fedeli. Ma parlo anche della donna, o meglio del culto che pratichiamo noi siciliani nei confronti della donna, femmina, madre, terra fertile». È con grande dignità che la moglie di Jannuzzo, Ombretta Cantarelli, presta la sua sensuale sagoma di donna danzante, capace di contenere grande femminilità e fascino dalle movenze sinuose. Con l'omaggio sentito e sincero per la Sicilia, celebrando la straordinaria diversità che accomuna gli italiani, Gianfranco festeggia anche trent'anni di amicizia con Pino Quartullo, artista col quale ha condiviso il percorso di crescita artistica attraverso esperienze lavorative. «È con eleganza, charme e classe che Gianfranco, ancora una volta fa cultura facendo ridere e sorridere dei difetti di noi italiani - racconta Quartullo -. Nel testo ci sono anche termini dialettali. Solo così di riesce a portare sulla scena il modo di pensare, l'humus di un popolo, la sua visione della vita e della realtà: sia chiaro, però, che Gianfranco porta sulla scena l'identità degli italiani». Tra ironia e comicità nel racconto brillante della bella Sicilia, dove si fanno spazio anche cavalli di battaglia del protagonista, non mancano i momenti struggenti dell'allammicu, malinconia e desiderio disperato per qualcosa che non si ha.