Amato: caso Dc, voto a rischio. Coro di no: "Proroga fuorilegge"

L'ipotesi di rinvio paventata dal Viminale per la riammissione della Dc agita le acque politiche. No di Veltroni e Berlusconi. Ma il segretario Pizza si scalda: <strong><a href="/a.pic1?ID=252046">&quot;Quel simbolo è mio, cancellate Casini&quot;</a></strong>

Roma - L’annuncio è stato fatto davanti alle telecamere, in occasione del tributo a un socialista riformista, Camillo Prampolini: «Non è escluso il rinvio delle elezioni» ha dichiarato ai microfoni il ministro uscente degli Interni, Giuliano Amato, come se stesse fornendo un aggiornamento tecnico qualsiasi.

Del ministro non si ricordano uscite burlone, il primo aprile era passato da più di dodici ore, dunque non stava scherzando. E infatti era serissimo: con il tono della decisione inevitabile, appena più malinconico del solito, il responsabile del Viminale ha spiegato da Reggio Emilia: «Se la cosa rimane su questi binari, io non escludo che il risultato a cui porti sia intanto il rinvio delle elezioni». La «cosa» è l’ordinanza del Consiglio di Stato che ha ridato dignità di concorrente alle elezioni ad Giuseppe Pizza e alla sua Democrazia cristiana, sospendendo la sua esclusione. L’oggetto della decisione è uno dei simboli di partito che ha fatto la storia d’Italia: lo scudo crociato. Secondo il Consiglio di Stato non può essere confuso con lo scudo dell’Udc. Dunque Pizza, che aspira a correre soltanto al Senato (con il Pdl) e il cui simbolo era stato escluso dal Viminale, può rientrare in campo. Ma in teoria sarebbe svantaggiato, perché ha perso giorni e giorni di campagna elettorale, e per questo Amato ha azzardato il rinvio delle elezioni.

L’ipotesi è però «anticostituzionale», hanno fatto notare ieri in molti: come spiegavano anche alcuni tecnici del ministero, le Camere sono state sciolte il 6 febbraio, l’articolo 61 della Costituzione prevede che le elezioni si svolgano non oltre 70 giorni da quella data. Quindi non si può andare alle urne più in là del 16 aprile.
Un problema reale potrebbe essere invece quello delle schede elettorali: sono già state stampate, confermano al Giornale dal Viminale. Bisognerebbe quindi riaffidare alle tipografie la stampa di milioni di schede nuove, con un costo che potrebbe superare il milione di euro. Come se non bastasse, Antonio Di Pietro, non a proposito di Pizza, ma dello stile grafico, ha minacciato: «Le schede sono disegnate male. Bisogna rifarle! Ci appelliamo al capo dello Stato». In tempi di proclami su tagli ai costi della politica, i contribuenti rischiano di pagare quindi due volte il costo delle schede elettorali.

Follie. E ieri il circo politico è impazzito. Dichiarazioni sgomente da tutti i partiti sul rinvio: «Un dramma» per Silvio Berlusconi, «un fatto tragico» anche per il segretario di Rifondazione Franco Giordano. «L’ultimo regalo di Prodi», ha aggiunto Berlusconi, che si è appellato al «senso di responsabilità di Pizza» e, ai media, affinché gli concedano ora più spazio in tv, avendo soltanto nove giorni di campagna elettorale.

E poi Walter Veltroni, che dalla Sardegna ha sconfessato Amato: «Sono assolutamente contrario al rinvio». Ma che poi ha scaricato tutto sugli avversari: «È una cosa aperta nella destra, la destra la risolva. Non vorrei che questo del rinvio fosse un auspicio del Pdl».
Dal ministero non è più arrivato un commento, finché, con un comunicato in serata, il Viminale ha annunciato di aver dato incarico all’Avvocatura di chiedere al Consiglio di Stato la revoca dell’ordinanza e di fare «ricorso alle sezioni unite della Corte di Cassazione» per risolvere «una volta per tutte la questione della competenza». A questo punto la situazione potrebbe ingarbugliarsi ancora di più. Dal ministero si attendono una risposta «in tempi brevissimi»: e se la ragione dovesse andare ancora a Pizza? Avrebbe perso altri giorni di campagna elettorale.

Nel giorno dei pasticci e delle gaffe, è stato comunque ieri tutto un appellarsi al «buon senso di Pizza», da Alemanno ai Verdi, alla Lega, e al buon senso generale: azzardare un rinvio delle consultazioni è «ipotesi inquietante», ha detto il vicecoordinatore di Forza Italia Fabrizio Cicchitto. Anche Prodi, dal vertice Nato a Bucarest, ha invocato: «Faremo tutto per evitare il rinvio». Unica eccezione nel coro delle preoccupazioni, Pier Ferdinando Casini: «Se il governo deciderà di rinviare le elezioni per noi non cambia niente, avremo 15 giorni in più di campagna elettorale».