Amato: "Io non occulto". Ma non chiarisce nulla

L’opposizione: "Una resa, si dimetta". E anche Rifondazione lo attacca

Roma - È stato interrotto per due volte dalle proteste dell’opposizione. Gli sono arrivati fischi quando ha dichiarato che Gabriele Sandri non sarebbe morto se un poliziotto non gli avesse sparato, ma neppure se «i tifosi di due squadre diverse incontratisi in autogrill avessero bevuto un caffè insieme».

L’intervento alla Camera del ministro dell’Interno Giuliano Amato sull’omicidio del tifoso della Lazio e sugli incidenti di Roma tra ultrà e polizia non ha unito la politica nel lutto e nella condanna. L’opposizione lo accusa di aver lasciato la gestione della piazza al capo della polizia Antonio Manganelli. Ma non solo i rivali gli rimproverano un silenzio troppo prolungato sui fatti di domenica. Non è piaciuta ieri la sua ricostruzione della sparatoria nell’autogrill di Arezzo, i suoi «non sappiamo ancora...». E proprio sulla dinamica della sparatoria in serata ha chiesto «piena luce» il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. È stato un fatto che pretende chiarezza, dichiara il capo dello Stato, «indipendentemente dai gravi fatti di violenza verificatisi a Roma e altrove, che sono da considerarsi del tutto estranei alla limpida e mite figura del giovane Sandri». Napolitano si è messo in contatto con il fratello di Gabriele, Cristiano Sandri, per esprimere la sua «commossa partecipazione».

Al termine della relazione di Amato, il capogruppo di An Ignazio La Russa ne ha chiesto le «dimissioni». Pierferdinando Casini ha definito le sue parole «una resa dello Stato». L’Ulivo lo ha difeso, ma dai banchi della sinistra radicale c’è stata freddezza: domenica si sono visti «elementi lacunosi - ha commentato Gennaro Migliore, capogruppo di Rifondazione - che alla fine hanno fatto parlare più delle risse tra tifosi» che delle responsabilità dell’agente che ha ucciso.

Amato ha risposto che «il Viminale non ha occultato nulla che non sapesse». Rimangono però ancora molti punti oscuri su Badia al Pino: «Non sappiamo se il poliziotto che ha sparato fosse consapevole che vi fosse una rissa tra tifosi». L’agente, «sembra accertato», ha sparato «a braccia tese», ma rimane da capire «perché lo ha fatto». La reazione dei teppisti non c’entra nulla con i ritardi del Viminale: la morte di Sandri è stata «l’occasione per tornare alla violenza».

E a Roma «si è evitata la mattanza», grazie alla gestione della piazza da parte del capo della polizia, che «ho condiviso». Ma bisogna ora occuparsi dei «grumi» che l’hanno alimentata, dell’«eversione»: «Abbiamo visto una rabbia cieca guidata da menti follemente criminali o eversive». Gli impegni davanti al Parlamento: «Fermezza nei confronti della violenza», ma anche «dialogo» con i giovani. All’opposizione non è bastato: il capogruppo della Lega Bobo Maroni si è associato alla richiesta di dimissioni. E. Fo.