Amato, il nulla buono per tutte le stagioni

Per il nuovo governo rispunta l’eterno ripescato: ha l’abitudine di
operare nelle segrete stanze per diventare presidente del Consiglio al
posto di un altro. Era il braccio destro di Craxi ma uscì indenne dal ciclone
Tangentopoli, tassò i conti correnti e mentì sulla svalutazione della
lira. Per l’impopolarità da professorino, è il più classico esempio della casta dei politici

Quando il gioco si fa molle, gli Amato cominciano a giocare. Anzi ricominciano, perché Giuliano Amato viene ripescato ogni qualvolta l’imbarazzo risulterebbe eccessivo per chiunque altro: ecco perché spera che il nuovo incaricato alla presidenza del Consiglio possa essere lui.
Oggi come sempre, non è mai stato chiaro di quale autorevolezza, soprattutto morale, sia effettivamente dotato: la «quota amato», intesa come misteriosa necessità di conferirgli sempre incarichi e poltrone, prescinde da banali problemi come il consenso e la simpatia ch’egli possa effettivamente riscuotere nel Paese, ciò che potrebbe rasentare lo zero. Da questo punto di vista (quello dell’identificazione popolare con la stramaledetta casta) Giuliano Amato è l’archetipo perfetto: di lui si sa che ogni tanto lo intervistano a vario titolo e che ne scaturiscono opinioni onestamente non memorabili, si sa che è un instancabile organizzatore di convegni con protagonista lui medesimo, si sa che l’elaborazione politica più raffinata da lui compiuta negli ultimi anni è stato il programma elettorale del dimenticato Triciclo, summa elettorale di Ds e Margherita e Sdi. Per il resto, un po’ come quei personaggi dello spettacolo che sono famosi per essere famosi, Amato è un politico autorevole per esserlo sempre stato, e il fatto di essere ancora in circolazione è il vero tratto saliente del suo curriculum.
È noto, per il resto, il suo profilo tartufesco, la sua impopolarità da professorino la cui parola vale quello che vale, il suo curriculum da personaggio che ha preso l’autobus l’ultima volta nel ’56, da burocrate calato dall’alto che piace alla gente che dispiace, idolo dei cerchiobottisti, dei presentatori di libri, dei patiti del potere per il potere: il campione di quanto sia più estraneo possibile a quel processo di identificazione minima (minima) che in teoria dovrebbe riguardare il rapporto tra i famosi cittadini e il loro presidente del Consiglio.
Gli sforzi di Giuliano Amato si sono sempre prodigati in segrete e ovattate stanze, e la sua capacità di mediazione, negli anni, l’ha trasformato in una sorta di Gianni Letta esclusivamente promo domo sua. Basilare ed emblematico, com’è pure noto, fu il suo rapporto con Craxi, del quale fu nemico dichiarato sino al giorno in cui divenne segretario del Partito. Bettino gli conferì incarichi continuativi e prestigiosi: parlamentare, sottosegretario alla presidenza del Consiglio (fu lui a regalare alla Fiat 3.000 miliardi più l’Alfa Romeo) e poi ancora ministro, vicesegretario del Psi, vicepresidente del Consiglio, presidente del Consiglio.
Rifiutò invece tre volte la segreteria del Partito perché troppo legata al consenso, a quella «gente» che non amava particolarmente. La specialità di Amato è diventare presidente del Consiglio al posto di altri, il che avvenne anche quando ebbe a sostituire lo stesso Craxi (che pure lo designò) nell’ultimo drammatico governo della Prima repubblica. Fu nel luglio 1992 che Amato deliberò il prelievo forzoso del 6 per mille dai conti correnti bancari di tutti gli italiani per un «interesse di straordinario rilievo», disse, in relazione a «una situazione di drammatica emergenza della finanza pubblica». Le eccezioni di incostituzionalità furono respinte dalla Consulta. Nel settembre 1992, poi, Amato perse pesantemente la battaglia contro una sonora svalutazione della lira, ciò che pure dapprima negò definendola solo «un riallineamento»; solo un mese dopo, in ottobre, ammise letteralmente di aver mentito. Seguì una finanziaria lacrime & sangue da 93mila miliardi di lire, prima e vera picconata al welfare italiano: dal che Amato divenne definitivamente poco amato.
Lo stile personale del cosiddetto dottor Sottile (definizione malevola di Eugenio Scalfari) prese a definirsi ancor meglio a margine della vicenda Craxi, l’uomo a cui doveva tutto: dopo i primi avvisi di garanzia lo mollò completamente spingendosi a non nominarlo praticamente mai. Da Londra, in visita ufficiale da capo del governo, dichiarò che Craxi era politicamente finito. Il resto è comica.
Nel 1992, nominato commissario milanese del Psi subito dopo l’esplosione di Mani pulite, disse: «Se il rinnovamento non sarà effettivo, mi ritirerò a vita privata entro una settimana». Nel 1993, da presidente del Consiglio, disse che presto si sarebbe ritirato dalla politica. Successivamente, nel libro di Enzo Biagi «La disfatta» (Rizzoli) si espresse nello stesso modo. Amato non è mai andato a Hammamet a trovare il suo creatore e neppure lo si è visto ai suoi funerali, forse memore delle litografie titolate «I becchini» che Craxi gli aveva dedicato. Passato disinvoltamente coi Ds, Amato proseguì la collezione di incarichi: dal '94 al '97 è stato presidente dell’Antitrust, l’anno dopo ministro delle Riforme con D’Alema e poi nel '99 ministro del Tesoro col secondo governo D’Alema.
Dal 2000 al 2001 la sua attitudine sostitutiva lo trasformò nuovamente in presidente del Consiglio, prima di diventare senatore e ancora, dal 2002 al 2004 vice presidente della Convenzione europea, e ancora, col governo Prodi, ministro dell’Interno.
Purtroppo non hanno riscosso particolare consenso né il celebre indulto né la nuova legge sull’immigrazione promulgata con Paolo Ferrero, quella che in pratica cancellò la Bossi-Fini. E tantomeno il gran baccano su lavavetri e ambulanti e graffitari: per quanto occuparsi di loro prima che lo faccia il centrodestra, disse, sarebbe servito a «prevenire una svolta fascista». Parole vacue e dimenticate, com’è sua costante. Parlare gli piace. In questo momento, mentre leggete, è sicuramente in qualche segreta stanza a perorar se stesso.