Amato: il pericolo Chinatown? Tutta colpa degli urbanisti

da Milano

Contrordine compagni, il governo cambia idea. C’è voluta l’esecuzione di due giovanissimi con venticinque colpi, di cui quelli di grazia alla testa. In pieno giorno e in mezzo alla strada, ma finalmente la vulgata «centrosinistra» prende tutta un’altra piega. I cinesi di Milano non sono più una «comunità pacifica», da sempre pronta all’integrazione, non particolarmente attenta alle leggi, ma nel caso della rivolta di due settimane fa probabilmente provocata dal comportamento forse un po’ troppo rude dei vigili che pretendevano (quale scandalo) di far rispettare il codice della strada. Non è più così. Parola del ministro dell’Interno Giuliano Amato che ora scopre quanto sia pericoloso il quadrilatero giallo, lo storico e centralissimo quartiere della vecchia Milano da cui gli asiatici hanno via via espulso commercianti e residenti che lì vivevano o lavoravano da generazioni. E in cui oggi 14mila cinesi e 5mila attività commerciali commettono un reato ogni due minuti. Le proteste del comitato Vivisarpi? Fino a ieri erano soltanto le esagerazioni di gente poco propensa all’integrazione. In fondo che problema c’era? L’odore di fritto dei ristoranti cinesi o qualche furgone fermo a scaricare balle di merce. Contraffatta? Ebbene sì, ma si sa che ai cinesi piace copiare.
Non è più così. E adesso anche il ministro Amato si lascia andare a considerazioni che suonano nuove. «È stato un delitto grave - ha esordito da buon Lapalisse ieri a Palermo - Dobbiamo essere in grado di mantenere l’ordine. E non è facile in quella situazione». La colpa? Non certo del governo. Anche se da mesi fa il muro di gomma con il sindaco di Milano Letizia Moratti che dall’estate chiede i 500 uomini necessari per adeguare gli organici delle forze dell’ordine. Cifre stimate dalla prefettura, ovvero dal rappresentante del governo in città e non dunque frutto di ingiustificati allarmismi. Il pericolo? Oggi, in un interessante gioco a scaricare il barile, diventa addirittura quello del ghetto. «Non è questo delitto la fonte del rischio - filosofeggia Amato -, ma le politiche di assetto urbanistico e residenziale che devono evitare gli eccessi di una concentrazione monoetnica». Come dire che d’ora in poi della sicurezza si dovranno occupare gli urbanisti e non i vertici delle forze dell’ordine. Da Palazzo Marino, sede del Comune, il sindaco Moratti evita di replicare. «Noi - spiega diplomatico un suo collaboratore - proseguiamo con il dialogo. Pensiamo che la linea del confronto sia la più efficace». A chiedere «l’aiuto dello Stato», è ancora una volta Riccardo De Corato. «Ma che colpa abbiamo? Mica li abbiamo messi noi i cinesi in via Sarpi - si scalda il vicesindaco con delega alla Sicurezza - C’erano i loro connazionali e, siccome stanno sempre tutti in gruppo, lì negli ultimi anni hanno comperato in contanti centinaia di appartamenti e licenze commerciali. Con la liberalizzazione, mica possiamo impedirglielo». Il risultato? «La criminalità cinese - aggiunge -, ha preso piede. Governo e magistratura avviino una specifica fase di intelligence in grado di capire i linguaggi utilizzati dalle bande criminali e di seguire le mosse di questa nuova malavita». I settori «merceologici» sono ben noti. Articoli contraffatti, prostituzione anche di minorenni, laboratori con lavoratori schiavizzati, ambulatori abusivi dove si praticano aborti clandestini e agopuntura senza il rispetto di nessuna norma, commercio di farmaci illegali. A contorno rapine ed estorsioni in cui si stanno specializzando i giovanissimi che studiano da boss. Ieri per terra a Chinatown c’erano tre mazzi di fiori.